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passaggi in Siriajpg

Il libro Passaggi in Siria di Samar Yazbek, edito da Sellerio in traduzione italiana di Andrea Genchi, è rimasto per molto tempo sul mio comodino. Non solo per la tipica mancanza di tempo e forze da dedicare alla lettura (una condizione comune a tutte le mamme di impavidi treenni!) ma, soprattutto, per il senso di orrore, tristezza e desolazione che mi ha attanagliato sin dalla prima pagina. Ho sentito l’odore acre del sangue, le grida di terrore, il frastuono delle bombe e la polvere sollevatasi al crollo di una palazzina. Un sentimento fastidioso, disumano. È la guerra. Un dolore ancor più pesante per me da sopportare in virtù dei felici ricordi di una Siria in cui ho vissuto per quasi un semestre, di un Paese che ho amato, di un popolo che ho conosciuto. Leggere questo libro è un pugno allo stomaco.  

LA SIRIA IN GUERRA

“Questa rivoluzione è stata una sequela di tradimenti, menzogne e pugnalate alle spalle.”

La scrittrice siriana Samar Yazbek ha preso parte sin dall’inizio, nel marzo del 2011, alla sollevazione contro la dittatura di Bashar al-Assad, ai cortei pacifici organizzati ogni venerdì e dispersi dai carri armati e dai cecchini, ai comitati locali. Anche lei viene arrestata, picchiata, trascinata in una prigione da sconosciuti affinché veda con i propri occhi la sorte riservata ai dimostranti. I suoi carcerieri vogliono terrorizzarla, metterla a tacere. Ne fanno invece una stenografa, una scrivana di questa rivoluzione pacifica repressa con straordinaria brutalità (Christophe Boltanski, dalla Nota al volume). Costretta a lasciare il suo Paese, l’autrice vive da esule in Francia dove continua a battersi denunciando ogni atrocità. È tornata tre volte in Siria attraversando il confine illecitamente e rischiando la vita per aiutare donne e persone bisognose attraverso progetti di carattere sociale ed educativo. A partire dal 2013 la delicata situazione siriana si complica: con l’avanzata dell’Isis aumentano i combattenti stranieri e gli estremisti religiosi e con essi massacri, esecuzioni e rapimenti. La rivoluzione si è trasformata in lotta armata e ha assunto connotati religiosi, anzi, alla società è stato imposto di indossare una maschera fondamentalista, totalmente estranea alla sua natura.

Dilaniata da un guerra in cui, a mio modestissimo parere, gli schieramenti non sono affatto chiari, il ritratto che l’autrice ci offre del Paese oggi è alquanto desolante:

“Il ritratto della Siria che ho in mente è quanto di più lontano dall’ordinario. Mostra un insieme di parti del corpo smembrate, la testa mancante e il braccio destro che ciondola in modo precario. Poi si nota un rivolo di sangue che sgocciola lentamente dalla cornice e scompare, assorbito dal terreno polveroso sottostante. È l’immagine della catastrofe che i siriani devono affrontare ogni giorno.”

Un Paese disastrato, di cui riconosce una colpa che impedisce la concretizzazione reale del bene comune:

“Nel nostro paese manca la cultura del lavorare insieme per il bene della società, una cultura della cittadinanza” dissi io. “Ecco perché scoppiano le dispute territoriali, le rivalità tra i vari gruppi. È una conseguenza diretta del totalitarismo. Di questo passo, andremo verso la disintegrazione totale della società”.

Samar Yazbek ha realizzato un reportage di guerra attraverso i suoi “passaggi” in Siria da clandestina, lei che vive da esiliata in Francia con la figlia. Ma cosa l’ha spinta a entrare più volte in un Paese martoriato dalla guerra? Cosa l’ha spinta in questo viaggio fuori dall’ordinario, con il fiato della morte sempre sul collo? Samar Yazbek non si è limitata ad assistere al terribile scenario di guerra da spettatrice, comodamente seduta in un salotto parigino; ha deciso di impegnarsi, di scendere in campo, di rischiare la vita per il proprio Paese:

“Mi resi conto che vivevo sospesa tra due mondi: quello in cui tornavo e quello verso cui partivo. Tenevo conferenze in tanti paesi, tentando di spiegare la realtà di quanto stava accadendo in Siria e cercando di comprendere in che modo la gente ci vedesse. E ogni volta mi ritrovavo immersa in una profonda sensazione di vuoto, dalla quale nulla poteva riscattarmi se non la prospettiva di ripartire per la Siria. Quindi ritornavo a vivere qui, in mezzo ai rivoluzionari e alla gente comune, e ogni volta ero attanagliata dalla rabbia e dallo sconforto per la grande ingiustizia che aveva colpito il nostro popolo e la nostra causa.”

Samar Yazbek sente addosso una responsabilità civile ed etica che va oltre il comune senso del dovere. La sua testimonianza è utile per capire cosa davvero sta succedendo in Siria, è il riscatto delle vite che si stanno consumando:

“La mia pretesa di farmi portavoce di questa esperienza è purtuttavia una sorta di impostura estetica, un’impostura odiosa che posso solo sperare di riscattare attraverso il mio desiderio di scrivere, narrare ed esporre la verità su quanto sta accadendo. Esporre tale verità mi appare un dovere nei confronti di tutte le persone che sono morte difendendo l’ideale di una Siria libera e giusta.”

La scrittrice non poteva rimanere confinata al suo esilio. Inevitabilmente i legami con il luogo d’origine non vengono mai tagliati perché internet riesce a stabilire contatti immediati riavvicinandola alla sua Patria. La perdita della propria identità è riscattata dal World Wide Web:

“Vivere in esilio, oggi, non significava più essere irrevocabilmente tagliati fuori dal proprio luogo d’origine. Al contrario, tali luoghi permanevano presenti e accessibili nella misura in cui era ancora possibile interagire online con chi era rimasto ed essere informati in tempo reale sugli avvenimenti. Sotto questo aspetto, l’esilio non implicava più una sensazione di perdita di identità così intensa come era stato prima della diffusione di internet.”

Samar Yazbek arriva in Siria con l’obiettivo non solo di documentare la guerra ma anche di realizzare progetti a carattere sociale rivolti, soprattutto, alle donne. I siriani la accolgono bene ma le loro azioni sembrano essere velate di malinconia:

“Continuavano a riempirmi di premure o forse si aggrappavano alla mia stessa convinzione: sapevano che potevamo contare solo gli uni sugli altri, che dovevamo proteggerci e proteggere i nostri ideali: libertà e dignità. Mi venne il sospetto che ai loro occhi fossi un concetto astratto, e anch’io certamente li consideravo allo stesso modo: incarnavano il mio sogno di una Siria libera e democratica. Tuttavia, alla luce dei profondi cambiamenti avvenuti dall’inizio della rivoluzione, continuare a credere in quel genere di ideali era come catturare il vento con le mani.”

Coinvolgere, però, le donne nei progetti di carattere sociale non è sempre facile. L’autrice si rende conto che sono proprio loro a pagare il prezzo più alto in questo conflitto:

“Durante questo secondo in viaggio in Siria, avevo cominciato a elaborare dei piani per lavorare con le donne delle aree rurali di Idlib. Erano zone difficili da penetrare, non tanto per le specifiche condizioni di vita delle donne, quanto per la situazione complessiva della campagna siriana dove, nel corso degli ultimi decenni, si era registrato un serio arretramento non solo sul piano economico, ma anche su quello sociale e culturale. Erano le donne a pagare il prezzo più salato di questa guerra, e la situazione per loro stava diventando sempre più pericolosa a seguito dell’infiltrazione di gruppi integralisti, estranei alla società siriana, e al loro tentativo di imporre abitudini e regole di vita differenti.”

Ma dalle donne viene la vita:

“Si strofinò il ventre gonfio e proseguì. “Resterò incinta ogni nove mesi e continuerò a fare figli per evitare di estinguerci. I nostri figli riconquisteranno i nostri diritti. Vogliamo che siano istruiti. Vogliamo che combattano così che possiamo tornare nelle nostre case. Non ci piegheremo a Bashar al-Assad. Non ci piegheremo mai. E non ci arrenderemo”.

Il racconto di guerra non è facile. Si vive in costante paura, nessuno è al sicuro, anzi, più volte il pensiero dell’autrice va a chi l’ha accompagnata, l’ha protetta, l’ha aiutata mettendo la propria vita in pericolo:

“Si ripetevano gli stessi particolari di sempre: storie che generavano altre storie, il male che cercava di vendicarsi del male, l’arrancare degli sfollati, l’espressione assente sui volti delle persone costrette a subire la durezza dei bombardamenti quotidiani e la venatura perennemente cinerea nei loro occhi. Quegli sguardi non erano di certo una novità ma c’era un’emozione che prevaleva sulle altre, incollata alle pupille: l’orrore. (…) Non c’era nulla che crescesse, se non l’odio che dilagava di pari passo con le tossine venefiche sganciate dai bombardieri.”

Il fondamentalismo islamico si è insidiato nel Paese come possibile alternativa al regime di Assad. Un’opzione non gradita, estranea ai siriani, manovrata da altri “poteri” ma che, tuttavia, avrebbe allontanato il popolo dagli ideali nazionali laicamente concepiti:

“Gli domandai la sua opinione sull’idea di uno stato islamico e lui ammise che c’era chi voleva instaurare un califfato in risposta all’eccessiva violenza del regime. La gente si sentiva protetta da al-Nusra e dalla sua religiosità: non essendoci alternative alla morte, quantomeno con loro c’era la certezza di accedere alla vita eterna. La popolazione era passata dal sufismo al salafismo (…). Questo cambiamento di mentalità nella popolazione avrebbe condotto quasi certamente alla negazione della laicità; i movimenti del popolo si sarebbero radicalizzati e il fondamentalismo religioso avrebbe assunto il controllo delle istituzioni. Uno stato laico, a quel punto, si sarebbe rivelato impossibile.”

“Non bisogna mai perdere di vista alcun dettaglio, neanche quello apparentemente più insignificante, e, più d’ogni altra cosa, non bisogna mai lasciarsi perdere dallo sconforto davanti ai corpi orrendamente mutilati e alle case completamente distrutte; non devi mai dimenticare, neanche per un solo istante, che cedere significa complicare la vita a chi ti sta intorno.”

Il fondamentalismo islamico trova una sua chiara e logica spiegazione nella parole di un combattente:

“Questo cambio di mentalità dimostra un’ignoranza totale della religione e dell’Islam” riprese Raed, rivolgendosi direttamente a me. “L’ignoranza è alla base dell’estremismo”.

Interessante anche questo passaggio:

“Al-Nusra vuole il califfato islamico” lo interruppe Abu al-Majd, “ma questo è impossibile in Siria. È molto difficile. Questa è una rivoluzione di tutti i siriani”. Si alzò in piedi continuando a rivolgersi a me: “Siamo soli, il mondo ci ha abbandonato e Hezbollah combatte al fianco di Assad, contro di noi. Nessuno può sapere cosa accadrà”.

Il mondo intero assiste ormai da anni a questa guerra, a questo nefasto spettacolo, impassibile cercando di schierarsi dalla parte dei buoni, il fronte dei giusti, in un atteggiamento alquanto infantile… Tuttavia, seguendo questo ultimo punto di vista, chi è il buono? Chi è il cattivo?:

“Il mondo esterno non crederà mai che quanto sta accadendo in Siria – ciò di cui tutto il mondo è testimone – non è altro che il desiderio degli attori della comunità internazionale di assicurarsi la propria salvezza. Altri muoiono al posto loro. Continuano a vivere come se nulla fosse, proprio mentre la vita si spegne davanti ai loro occhi. Sono loro i sopravvissuti, ed è questo ciò che conta. È un istinto carnale paragonabile alla lussuria. I voyeur di tutto il mondo si stanno godendo lo spettacolo di una Siria che lotta disperatamente per la sopravvivenza – una scena costituita essenzialmente dai cumuli di cadaveri siriani. Il mondo si accontenta di osservare, di colorire e rendere ancora più sensazionale la messinscena della guerra tra Assad e l’Isis, lo spauracchio che ormai è cresciuto fino a diventare il mostro spaventoso di cui avevano bisogno per placare la loro coscienza, o meglio mancanza di coscienza. (…) attraverso immagini efferate che fanno di noi dei mostri indifferenti alle barbarie, la macchina mediatica globale sforna aggiornamenti a getto continuo in modo che ogni vittima cancelli il ricordo di quella precedente, generando una disgustosa familiarità con l’atrocità e la vastità della morte. Consumiamo notizie e poi le gettiamo nella spazzatura. (…) Una rivoluzione popolare e pacifica contro un dittatore è precipitata nella spirale di una rivolta armata contro l’esercito e lo Stato, finché gli islamisti si sono impadroniti della scena trasformando i siriani in marionette di una guerra per procura, su un palcoscenico insanguinato nel quale l’Isis recita il ruolo di protagonista.”

Mentre i vari protagonisti di questo sanguinoso conflitto vanno in scena recitando ognuno la propria parte, la Siria vive una lenta agonia da cui difficilmente riuscirà a riprendersi:

“Mentre il mondo intero è ossessionato dallo “Stato Islamico”, gli aerei di Assad continuano a sganciare bombe sui civili nelle province di Idlib e Damasco, Homs e Aleppo. Il mondo sembra quasi attendere che lo spettro nebuloso dell’Isis diventi nitido, che si cristallizzi, mentre i civili innocenti continuano a cadere sotto i colpi di mortaio del regime e le sciabole dei militanti islamisti. Gli ingranaggi dei negoziati internazionali ruotano lenti, e nel frattempo il sangue continua a scorrere e gli sfollati, destinati a diventare profughi, si contano a milioni. La Siria non sarà mai più la stessa: è stata impiccata, sbudellata e squartata.”

D’altronde, l’unico vincitore di questo conflitto sarà solo uno:

“Ad ogni buon conto, l’unico vincitore in Siria è la morte: ovunque non si parla d’altro. Tutto è relativo, tutto è in dubbio; l’unica certezza è che la morte trionferà.”

Samar Yazbek lava il sangue versato con le parole, consapevole del potente strumento della scrittura. Scrivere è costruttivo, è un mezzo attraverso il quale far ripartire la vita, bloccata negli ingranaggi della morte:

“La scrittura è un cammino verso la consapevolezza, attraverso la sua complessa relazione con la morte. È una riproduzione della vita, e al contempo un coraggioso atto di sfida alla morte. Ma di fronte ad essa rappresenta anche una sconfitta, in quanto la morta, in ultima analisi, con tutti gli interrogativi complessi che pone, della scrittura è sia l’impulso sia la sorgente. Eppure è una sconfitta eroica, che dimostra coraggio. Finora non avevo mai compreso quest’ineluttabile sovrapposizione tra la scrittura e la morte.”

LETTERATURA SIRIANA IN TEMPI DI GUERRA

Dalla scrittura nasce la speranza, dunque, la consapevolezza. Lo scenario letterario contemporaneo siriano è, da un lato, stracciato dalla guerra e dalla esasperazione, dall’altro, sembra essere alquanto prolifico.

La Rivoluzione Siriana – come qualcuno la chiama – è giunta oggi all’ottavo anno e con essa si contano circa 50 romanzi già pubblicati. La guerra ha spinto molti siriani ad abbandonare la propria casa, a trasferirsi all’estero o nei campi profughi. Molti sono i giornalisti e gli scrittori emergenti che hanno raccontato la loro storia, il loro punto di vista affinché il mondo sappia quanto sta succedendo. E, così mentre in patria la censura blocca le loro opere, all’estero vengono pubblicate con molto piacere, soprattutto, a Beyrut dove le case editrici sembrano molto interessate a questo genere di romanzi. Ma c’è anche chi preferisce rimanere in Siria e farsi pubblicare i lavori fuori dai confini nazionali. Gli scrittori che hanno realizzato queste opere sono tantissimi: si va dai più famosi come Nabil Suleyman, Khaled Khalifa e la stessa Samar Yazbek a penne emergenti come Fadi Azzam, Eitab Ahmad shabib e Dima Wannus. È il fronte della letteratura bellica siriana che non dimentica affatto le proprie origini letterarie, non dissacra la fisionomia del romanzo siriano ma lo trasforma almeno nel contenuto e questo è risaputo anche alla nuova generazione di scrittori che hasn’t ignored the history upon which their predecessors built the Syrian novel, but they are bolder, daring to name the acts of political and historical degradation and brutality they have witnessed. (…) Despite the distribution and diaspora of novelists both in Syria and in exile, they set out from a common ground that unies their efforts, sufferings, and questions to write the literature of a new stage in Syria.”

(cit. Abdo Wazen, The War Produced More than 50 Novels: Experience and Expression of Confl ict Creates Crossroads Moment in Syrian Literature, Al-Jadid).



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Il mercato degli eventi è sempre più positivo.

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- Photo by Jakob Dalbjörn on Unsplash

Fare affari nel mondo arabo. Una mini-guida per un business di successo

Lezione-online, azienda di e-learning con cui collaboro, ha pubblicato il mio articolo su come fare affari con il mondo arabo. Per visualizzarlo correttamente fare clic qui.

Ripropongo in questa sede l'articolo nella sua interezza. Ricordiamoci che conoscere altre culture significa creare ponti anche commerciali... Enjoy!



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Fare affari nel mondo arabo: una mini-guida per un business di successo

Il mondo arabo è da sempre considerato una piazza commerciale di tutto rispetto per l’Italia. Il nostro Paese ha costruito nel tempo rapporti d’eccellenza con alcune nazioni arabe in particolare (come la Libia e la Tunisia) dando vita a relazioni commerciali piuttosto significative per le imprese italiane. Purtroppo, però, l’esplodere di conflitti all’interno di dette regioni e le condizioni socio-politiche ed economiche particolarmente instabili hanno rallentato questo trend che oggi, invece, sembra riprendersi grazie a nuovi business sedimentati nella penisola arabica e, in particolare, negli Emirati Arabi Uniti in vista, soprattutto, dell’Expo Dubai 2020. Come sempre, i numeri ci vengono incontro ed esemplificano ogni concetto.

Nel 2017 è stimato in 5,3 miliardi di euro l’ammontare del fatturato nazionale verso gli Emirati Arabi, che è il 17esimo mercato di destinazione per l’export italiano. I settori maggiormente interessati sono quelli della gioielleria (216 milioni), meccanico-strumentale (131 milioni) e medico-dentistico (64 milioni). Di rilievo pure i settori elettromeccanico ed agroalimentare (dati osservatorio SACE). Per il 2020, ci si aspetta un incremento previsto fino a 6,2 miliardi. Questo grazie anche alle importanti novità che entreranno in vigore dal quarto trimestre 2018[1].

Da qui nasce la necessità di acquisire nozioni fondamentali in grado di aiutare gli affari e le relazioni commerciali tra i Paesi arabi e l’Italia. Seguono, dunque, alcuni consigli che possono aiutare a costruire ponti, in primis, culturali e, poi, commerciali. Come sempre, raccomando di liberarsi dai classici cliché e luoghi comuni che affollano la nostra mente occidentale e di concentrarsi sulla negoziazione avendo accortezza di alcuni semplici aspetti che, generalizzando, qui descrivo.

Come organizzare un incontro

Per il bene dei nostri affari, è molto importante nel mondo arabo incontrarsi. La prima regola è, dunque, pensare che i contatti non debbano essere prettamente telefonici o via e-mail: è fondamentale il contatto vis-à-vis, l’incontro fisico in cui le due parti possano definire ogni aspetto di natura commerciale. Cercate sempre un contatto di tipo senior, ovvero, il manager o il direttore dell’azienda, qualcuno cioè che abbia potere decisionale. Se non riuscite ad arrivare ai “piani alti”, affidatevi a un intermediario locale che possa condurvi o mettervi in contatto con la persona che state cercando. Una trasferta lavorativa implica un investimento economico per un’azienda. A volte programmare con largo anticipo un appuntamento permette di risparmiare sui costi del volo ma fate attenzione: non organizzate un incontro tantissimo tempo prima e, soprattutto, confermate la vostra presenza qualche giorno prima di partire. Tenete sempre a mente che state interagendo con un Paese dalla cultura diversa e, di conseguenza, controllate le festività che potrebbero ricadere in quel periodo e che potrebbero ostacolare il successo dell’incontro. Evitate di spostarvi per finalità lavorative durante il Ramadàn e tutte le feste comandate islamiche; informatevi anche dell’esistenza di festività civili. La comunità cristiana costituisce una minoranza della popolazione araba ma potreste avere contatti con un arabo cristiano che, invece, celebrerà le sue festività. In linea di massima, è venerdì il giorno di riposo settimanale sebbene ci siano alcun Paesi come la Tunisia e il Marocco che fanno scivolare il fine settimana inglobando anche il sabato e la domenica oppure altri Paesi come l’Egitto in cui si potrebbe non lavorare di giovedì pomeriggio. Nella regione saudita è molto utilizzato il calendario lunare, di cui abbiamo già parlato nel precedente articolo sul Ramadàn. Il mondo del business a livello globale parla l’inglese ma, se proprio non parlate arabo, imparate delle espressioni come i saluti che non possono che essere benvenuti. Incontrare un businessman occidentale che sappia parlare arabo è un vantaggio che potreste sfruttare a vostro beneficio… Perché non impararlo, dunque? Preparate anche molte copie cartacee del vostro materiale informativo (report, brochure, progetti, ecc.) e stampate ad hoc dei biglietti da visita: potreste, ad esempio, realizzarne una quantità modesta in versione bilingue (arabo-italiano o arabo-inglese). In questo caso, però, ricordatevi che l’arabo si scrive da destra verso sinistra e, di conseguenza, anche il logo aziendale deve seguire questo andamento grafico. Molti dicono che gli arabi hanno una loro concezione del tempo diversa e, di conseguenza, si dice che non siano puntuali. La mia esperienza al momento dice il contrario ma non mi stupirei del ritardo a un appuntamento.

 

Come comportarsi a un meeting

Personalmente non ho mai amato mischiare la vita professionale con quella privata. Se siete d’accordo con me, preparatevi, però, a sovvertire la situazione. Prima degli affari, molti arabi vi chiederanno della vostra famiglia, del viaggio, se è la prima volta che vi trovate in quel paese e che cosa ne pensate, se avete già assaggiato le specialità locali o visitato qualche attrazione, insomma, prima dovrete guadagnarvi l’amicizia dell’interlocutore. Ci saranno molti inviti, doni, caffè e rinfreschi: l’ospitalità è sacra. È da maleducati rifiutare ogni gesto di ospitalità. Se vi invitano a un pranzo o cena a casa loro, comportatevi di conseguenza e più specificatamente:

-         Donne e uomini potrebbero mangiare separatamente, tenetelo in considerazione;

-         Seguite scrupolosamente le indicazioni del padrone di casa ed evitate ogni espressione di curiosità circa la casa e le relazioni famigliari;

-         Non è detto che l’invito riservatovi possa essere esteso ai vostri accompagnatori;

-         A volte, nei paesi sauditi, il cibo viene servito al centro in un unico piatto. Non sempre si trova a disposizione una mise en place tipica occidentale e, di conseguenza, ci si potrebbe sedere a terra. Il cibo viene prelevato dal piatto centrale con il pane e portato in bocca. Evitate l’utilizzo della mano sinistra: in alcuni Paesi mangiare con la sinistra è da maleducati;

-         È ben gradito l’ospite che – accettando un invito a pranzo o cena – porti un cadeau ai padroni di casa. Ovviamente evitate bottiglie di vino o alcolici vari;

-         Evitate argomenti importanti come la politica, la religione e Israele.

Se vi invitano al ristorante, solitamente chi invita paga. È ben gradito ricambiare l’invito ed ovviamente si aspetteranno da voi tutto il calore e l’ospitalità riservativi.

Il linguaggio del corpo è molto importante. Evitate di indicare, fare pollice in su o pollice verso, incrociare le gambe da seduti mostrando la parte inferiore delle scarpe: tutto ciò viene considerato maleducato. Le strette di mano e l’accoglienza sono particolarmente calorose: le prime sono molto più lunghe rispetto a quanto si usa in Occidente. Aspettate sempre che sia l’interlocutore arabo ad allentare la presa. Se, invece, vi trovate con una businesswoman araba, aspettate che sia lei a porgervi la mano. Solitamente, infatti, si preferisce mantenere debita distanza.

Attenzione al dress code! L’aspetto e l’esteriorità comunicano la vostra posizione sociale e il potere decisionale. Per gli uomini: evitate di vestirvi all’araba, di indossare pantaloncini, t-shirt e polo, preferite, invece, il classico abito elegante maschile con camicia e cravatta (meglio se l’abito ha dei colori scuri). Per le donne: non è necessario indossare alcun velo o caffetani! Gli abiti devono coprire il giusto evitando trasparenze, scollature e aderenze che sottolineano la silhouette. Lasciate a casa gonne a tubo, minigonne, top scollati. Personalmente eviterei un trucco molto pesante, l’uso di smalti dai colori forti e un utilizzo vistoso di bijou e coprirei eventuali tatuaggi, insomma, tutto quello che una donna di affari non dovrebbe mai presentare... L’aspetto deve apparire curato ma professionale.

La negoziazione con gli interlocutori va per le lunghe. La mentalità dei businessmen arabi è di tipo tribale, oserei dire, e di conseguenza armatevi di molta, molta pazienza. Quella stessa pazienza che vi servirà in caso di gestione di pratiche burocratiche in loco. Se volete esprimere un disaccordo, valgono le regole per tutti gli affari: utilizzate tatto e calibrate bene le parole. Gli incontri potrebbero, inoltre, essere interrotti moltissime volte da telefonate, collaboratori o altre persone che entrano nella stanza e dai continui rinfreschi.

Per dovere di cronaca, non posso non menzionare la wasta. Questa parola araba deriva da una radice che porta seco l’idea del “centro, mezzo” e, dunque, dell’intermediario.  Il sostantivo significa “collegamento, contatto, connessione, legame” ma anche “influenza, prestigio”. Di fatto, è sempre più associata alla corruzione che purtroppo non manca in questi Paesi. In sostanza, la wasta funziona così: io conosco qualcuno che potrebbe farci avere questo. Da una parte, una persona con la wasta è considerata un privilegiato; dall’altra, però, è una persona in obbligo di ripagare un favore. Insomma, un circolo vizioso che bisogna conoscere a priori…

Donne e uomini di affari arabi che hanno vissuto precedentemente all’estero potrebbero preferire modalità di incontro differenti più aderenti ai vostri schemi mentali. Tenetevi pronti, dunque, anche a questo.

A conclusione della visita, mantenete i contatti via e-mail magari scrivendo una summa dell’accordo o dei risultati professionali raggiunti.

Per il resto, valgono le regole e il tatto utilizzati per un qualsiasi incontro di tipo commerciale. Gli arabi hanno fiuto per gli affari e, se ben condotto, un incontro potrebbe aprire un rapporto commerciale duraturo e fruttuoso per entrambe le parti.

Tali suggerimenti sono molto generalizzati. Occorrerebbe, infatti, approfondire tale argomento nazione per nazione, un tipo di lavoro che chiaramente il presente articolo non ha la presunzione di fare. Ogni Paese, infatti, presenta usi e costumi che applicati al mondo del business possono portare a dei risultati diversi. Per Paesi arabi si intende un gruppo di 22 nazioni ed è normale che ciascuno presenti caratteristiche differenti (riflettiamo, ad esempio, su come cambi la contrattazione commerciale muovendoci all’interno dell’Unione Europea!).

 



[1] Fonte: http://www.cameraitaloaraba.org/paesi-arabi/news/internazionalizzazione-dagli-emirati-arabi





L’importanza della mediazione linguistica nell'event management

Ho lavorato in questo settore per diversi anni ricoprendo il ruolo di segreteria organizzativa per tantissimi eventi realizzati sia in Italia sia all’estero. Di conseguenza, ben conosco la macchina organizzativa che si cela, ad esempio, dietro un congresso, una campagna di sensibilizzazione e una rassegna musicale. E conosco anche gli errori commessi dai clienti (soprattutto, funzionari e dirigenti della Pubblica Amministrazione) quando commissionano un servizio di natura linguistica.

Una volta, ad esempio, mi è capitato di organizzare un congresso per un ente regionale il cui funzionario supervisore aveva scambiato l’interpretariato in consecutiva con quello in simultanea pretendendo tanto di cabine in fondo alla sala. Peccato, però, che nel capitolato, scritto dallo stesso funzionario, si facesse menzione proprio di un servizio di interpretariato in consecutiva… Un’altra volta, per una fiera è stata richiesta una “ragazza” che parlasse le lingue di cui garantire la professionalità e, soprattutto, i titoli di studio afferenti. Ho risposto dicendo che disponevamo di hostess e steward diplomati (al massimo, esistono corsi professionali in materia) nonché di interpreti qualificati differenziando e specificando, però, i ruoli (e i costi) di ciascuno. Personalmente non mi sono mai permessa di parlare di “ragazze” quando gestivo gruppi di personale di assistenza anche se si trattava di persone molto giovani, trovando la cosa molto poco professionale, né ho mai pensato che gli interpreti dovessero prestare attività diverse da quelle prettamente linguistiche. Non parliamo, poi, dell’utilizzo incondizionato delle parole “traduttore” e “interprete”: non sono sinonimi! Per dirla in poche parole, la differenza tra le due professioni è questa: il traduttore scrive, l’interprete parla. Vi sono anche, ad esempio, interpreti che offrono anche servizi di traduzione e chi come me è monotematico (sono una traduttrice e non un’interprete).

Risulta, dunque, necessario conoscere adeguatamente i servizi linguistici e le correlate figure professionali ed eventualmente educare il cliente nell’individuazione del servizio più opportuno utilizzando le giuste parole. Ecco l’elenco dei servizi linguistici maggiormente utilizzati nell’event management:

-         Servizio hostess/steward: si tratta di personale di assistenza di supporto alla macchina organizzativa. Essendo a contatto con il pubblico, è necessario che tale personale sia formato anche in senso linguistico in caso di eventi a carattere internazionale. L’hostess e lo steward sono chiamati a interagire con l’utenza per attività di accredito, presentazione di un prodotto o semplici informazioni organizzativo-logistiche. Tale servizio non coincide con l’interpretariato!

-         Personale della segreteria organizzativa: chi organizza un evento internazionale deve necessariamente disporre di personale in-house avente capacità organizzative a livello professionale e ottima conoscenza linguistica.

-         Traduttori: il materiale promopubblicitario utilizzato per la comunicazione di un evento internazionale, nonché gli atti congressuali, i siti web e ogni altro prodotto editoriale cartaceo e/o informatico, deve essere tradotto da traduttori professionisti con specializzazione in materia (ad esempio, se si lavora con l’ECM, occorre prevedere dei traduttori con conoscenza della materia medica, oppure, se si organizza una mostra di opere d’arte occorre prevedere dei traduttori esperti in materia artistica). La segreteria organizzativa non deve tradurre il materiale qualora non disponga di personale con formazione accademica e pregresse esperienze professionali adeguate. E ricordiamoci anche che un buon traduttore non è mai TROPPO caro per il lavoro che svolge: fare una traduzione professionale è un lavoro che richiede competenze e conoscenze tecniche precise. In buona sostanza, non basta avere una laurea in lingue o, peggio, avere una conoscenza scolastica dell’inglese: occorre essere specializzati in traduzione. Il traduttore è un professionista tout court.

-         Interpreti: il servizio di interpretariato deve essere condotto da personale qualificato. L’interpretariato è il servizio linguistico che più “spaventa” il cliente per il peso economico: ho visto tanti clienti storcere il naso dinanzi a un preventivo per questo servizio. L’interprete è un professionista al pari del traduttore, dell’avvocato, del dentista e del consulente aziendale. Interpreti che propongono tariffe da fame non sono professionisti o sono giovani leve che cadono nella tentazione di svendersi pur di acquisire la commessa e fare esperienza. Il servizio di interpretariato è complesso ed è suddiviso in*:

 

a)     Interprete di conferenza: Professionista che assicura il servizio di traduzione in convegni, simposi e incontri internazionali utilizzano, a seconda dei casi, le tecniche di traduzione simultanea, traduzione consecutiva e chuchotage. L'esercizio di questa professione richiede un aggiornamento costante, oltre che un curriculum di studi adeguato e una particolare predisposizione.

b)     Interpretazione simultanea: Traduzione estemporanea per conferenze con un elevato numero di partecipanti, si avvale di strutture tecniche specifiche. Richiede la presenza di una cabina isolata acusticamente (vedi norme ISO) e di due interpreti per lingua che, alternandosi, ricevono il discorso del relatore in cuffia e traducono quasi contemporaneamente in un microfono. Mediante un auricolare, i partecipanti all'incontro possono ascoltare la traduzione nella lingua desiderata.

c)     Interpretazione consecutiva: Adatta agli incontri di lavoro formali che trattano argomenti specifici, la traduzione consecutiva è particolarmente opportuna nelle riunioni bilingue, poiché richiede la presenza di un solo interprete ogni mezza giornata. L'interprete assiste alla conversazione dei partecipanti sedendo insieme a loro: con l'ausilio di appunti e annotazioni, senza l'uso della cuffia, traduce a intervalli regolari di tempo che variano dai 5 ai 10 minuti.

d)     Chuchotage: Lo chuchotage (dal francese chuchoter, sussurrare) è una traduzione simultanea del discorso dell'oratore riportata a bassa voce all'orecchio di uno o due partecipanti al convegno. Non necessita di supporti tecnici, viene svolto da un solo interprete per lingua (prestazioni inferiori alle due ore) e può essere alternato alla traduzione consecutiva, nel caso in cui i partecipanti in questione desiderassero intervenire alla conversazione.

e)     Interprete di trattativa: Interprete che consente la comunicazione in trattative d'affari e discussioni di lavoro cui partecipano un numero limitato di persone, senza l'impiego delle tecniche di interpretazione consecutiva o simultanea.

*fonte Assointerpreti

  -         Accompagnatori turistici/guide turistiche: spesso, in concomitanza di un road show o in parallelo ad attività congressuali, vengono organizzati dei tour rivolti soprattutto agli accompagnatori dell’utenza accreditata, ad esempio, a un aggiornamento medico. In questo caso, è bene contattare una guida turistica professionista per l’organizzazione e la gestione del tour. La conoscenza delle lingue straniere da parte del professionista va da sé.


Adesso sono passata dall’altra parte della barricata, quella dei traduttori e dei formatori freelance, e non posso fare a meno di riconoscere la necessità di educare il cliente all’utilizzo della giusta terminologia relativa ai servizi linguistici quando viene organizzato un evento differenziandone ruoli e compiti (e, di conseguenza, il valore economico…). La cosa, però, vale anche per gli organizzatori di eventi e per chi ha un’agenzia di pubbliche relazioni. Ho troppe volte sentito parlare nell’ambiente di “esperti linguistici”, un calderone in cui confluiscono tante figure, dal traduttore professionista al diplomato al Linguistico…

Ad ogni evento occorre dare il giusto servizio linguistico affidandosi a professionisti del settore. Per un evento di qualità, un servizio di qualità.

 

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Per avere una consulenza su eventi internazionali o sul servizio di mediazione linguistica per eventi, compilare il form o scrivere un’e-mail a valentinadibennardo@tiscali.it

 

 

Una riflessione su… Rabih Alameddine, La traduttrice, Ed. Bompiani, 2015 (tradotto dall’inglese da L. Vighi)

Solitamente diffido da romanzi con titoli simili. La straordinaria arte narrativa dell’autore e i giudizi positivi sparsi nella rete mi hanno, però, spinto a leggere questo libro nella traduzione italiana di Licia Vighi durante le calde ore delle sere siciliane di luglio. E ho fatto bene.

Al centro del romanzo, troviamo Aaliya, una donna che vuole raccontare la sua vita al lettore. Una settantaduenne speciale che va in giro con i capelli blu (non è una nerd, ha solo sbagliato tintura). La storia di Aaliya è la storia di una donna che non ha conosciuto l’amore né di sua madre né di suo marito ma che si è sempre riscattata leggendo. È la storia di una donna che da sola, dormendo accanto a un fucile, si è difesa dall’incubo della guerra che devastava la sua città, Beirut. La letteratura è la sua vita.

Molto tempo fa cedetti alla irrefrenabile passione per la parola scritta. La letteratura è la mia buca nella sabbia. Lì dentro gioco, costruisco i miei fortini e i miei castelli, mi diverto da matti. È il mondo al di fuori di quel box a crearmi qualche problema. Mi sono adattata umilmente, sia pure in modo non convenzionale, a questo mondo visibile per riuscire a ritirarmi senza troppo disturbo nel mio mondo interiore di libri. Trasformando questa metafora arenosa, se la letteratura è la mia buca nella sabbia, allora il mondo reale è la mia clessidra – una clessidra che fa scorrere un granello alla volta. La letteratura mi dà vita, e la vita mi uccide. Be’, la vita uccide tutti.” 

Se l’inglese e il francese rappresentano i limiti della mia lingua, i limiti del mio mondo, allora il mio mondo è ancora infinito.” 

Ex libraia, porta avanti un progetto nuovo ogni anno: aspetta il Capodanno per cimentarsi nella traduzione di un nuovo testo letterario occidentale, un libro che non conoscerà mai la pubblicazione ma che racchiude il senso dell’esistenza della protagonista.

“Fin dall’inizio ho capito che quello che faccio non è pubblicabile. Non c’è mai stato un mercato editoriale e dubito che mai ci sarà. La letteratura nel mondo arabo, in sé e per sé, non è richiesta. La letteratura tradotta? La traduzione di una traduzione? A che pro?”

Ma, allora, perché tradurre? Perché la protagonista di questo romanzo ha trascorso la maggior parte della sua vita eseguendo progetti di traduzione privi di alcuna finalità editoriale? È sempre Aaliya a rispondere a queste domande con una sincerità disarmante e disincantata della realtà:

A essere sinceri – e dovrei, non è vero? – traduco libri seguendo il mio metodo inventato perché così il tempo scorre più lentamente. E questo è il motivo principale, credo. (…) Ho fatto della traduzione la mia padrona. Ho fatto della traduzione la mia padrona e i miei giorni non sono stati più così pericolosamente terribili. I miei progetti mi distraggono. Lavoro e intanto i giorni passano.”

Credo che a volte, non sempre, quando traduco la mia testa sia come un lucernario. Senza alcuno sforzo da parte mia, la felicità mi pervade. Non accade spesso, ma quando sono in comunione con la traduzione, la mia padrona, riesco a essere felice. (…) la mia attività di traduttrice è un’opera di Wagner. La narrazione comincia, la tensione cresce, la musica va e viene, gli archi, i fiati, maggiore tensione, e d’un tratto un momento di piacere. (…) Mi siedo alla scrivania e all’improvviso non desidero che la mia vita sia affatto diversa. Sono dove devo essere. Il mio cuore si gonfia di gioia.”

Aaliya traduce opere in inglese e francese nella sua lingua madre, l’arabo.

 “Avevo quattordici anni quando cominciai la mia prima traduzione, venti noiose pagine di un manuale di scienze. Era l’anno in cui mi innamorai dell’arabo – non il dialetto orale, attenzione, ma la lingua tradizionale. L’ho studiato sin da piccina, così come l’inglese e il francese. Tuttavia, soltanto durante il corso di arabo ci veniva costantemente detto che non avremmo potuto padroneggiare la più difficile delle lingue, che per quanto l’avessimo studiata e per quanto ci fossimo esercitate, non avremmo potuto sperare di scrivere bene come Mutanabbi o, il cielo non voglia, il Corano stesso. (…) Nessuno di noi riesce a superare il fatto di essere una frana come arabo, il nostro peccato originale.”

La tecnica traduttiva, il metodo seguito in cinquant’anni di traduzioni è quello della traduzione da una lingua seconda, ovvero, dalla cosiddetta lingua ponte.

(…) ho inventato il mio particolare metodo personale: per ottenere la versione più accurata di un’opera, uso una traduzione francese e una inglese per crearne una araba. È il sistema funzionale e ben congegnato che mi permette di trarre piacere da quello che faccio so che questo allontana la mia traduzione di un altro passo dall’originale, come i romanzi inglesi di Kadare, ma è il mio metodo che continuo a usare. Sono le regole che ho scelto. Sono diventata schiava, benché volontariamente, di una disciplina, di uno specifico rituale. Sono il mio sistema, e il mio sistema è me. (…) Cartoni, cartoni, scatole e cartoni. I manoscritti tradotti hanno due libri, la versione francese e inglese, attaccati a un lato della scatola per l’identificazione. (…) Anni di libri, libri di anni. Una perdita di tempo, una perdita di vita.”

Un metodo, però, che rivela i suoi limiti e, in senso lato, la difficoltà del traduttore dinanzi a un’opera.

A volte, la traduzione originale riesce a rendere le sottigliezza della lingua dell’autore, la sua dizione, il suo ritmo e la sua rima. La mia versione è la traduzione di una traduzione. Tutto viene perduto doppiamente. La mia versione non conta nulla.”

In alcuni passaggi Aaliya si addentra in riflessioni teoriche di natura prettamente traduttiva. A tal proposito, trovo interessante anche il passaggio su Constance Garnett, pioniera della traduzione russa in lingua inglese, e su Marguerite Yourcernar a proposito della sua traduzione della lirica di Kavafis.

Ha fatto un torto a Kavafis, ma posso perdonarla. Le sue poesie diventarono qualcosa di diverso e di nuovo, simile a champagne. Le mie traduzioni non sono come lo champagne, e nemmeno come tè al latte. Sto pensando all’arak. Un attimo, però, Walter Benjamin ha qualcosa da dire a proposito. Nel ‘Compito del traduttore’ scrisse: nessuna traduzione sarebbe possibile se la traduzione mirasse, nella sua ultima essenza, alla somiglianza con l’originale. Poiché nella sua sopravvivenza – che non potrebbe chiamarsi così se non fosse mutamento e rinnovamento del vivente – l’originale si trasforma”.

Per chi non opera nel settore traduttivo, questo sentimentalismo espresso nei confronti della traduzione e, in genere, della letteratura potrebbe sembrare eccessivo. In realtà, un traduttore riesce a identificarsi nelle parole della protagonista del romanzo. Il nostro lavoro – solitario e autonomo – è la ricerca artigianale delle parole giuste, della scorrevolezza di una frase, della presunta somiglianza all’originale.

Accanto ad Aaliya, Beirut con la sua storia complessa e poco conosciuta, partecipa all’intreccio narrativo mai banale rilevando un volto drammatico eppure realistico. Un Pease dal ricco background storico-culturale dilaniato da vari conflitti interni ed esterni, un contesto spesso in rovina dalle cui macerie e drammi Aaaliya scappa trovando rifugio nel suo appartamento e in un mondo dominato dalle arti.

Detto ciò, trovo interessante notare i differenti temi trattati dall’opera che le case editrici – quella francese e quella italiana – hanno deciso di sottolineare sin dal titolo. Rabih Alameddine, scrittore arabo nato in Giordania da genitori libanesi, scrive in lingua inglese (si divide attualmente tra San Francisco e Beirut). Il titolo originale dell’opera è An unnecessary woman; l’“inutilità” di Aaaliya sta nella sua solitudine, nella sua non partecipazione attiva alla vita che si svolge attorno a lei, nel trovare completo rifugio nel mondo della letteratura, nel perseguire un progetto traduttivo fine a sé stesso. La traduzione letterale del titolo in italiano chiaramente non funziona. Così, nel nostro Paese si è deciso di far cadere l’accento su Aaliya come traduttrice. Diverso, invece, l’approccio dei francesi che hanno pubblicato la traduzione del romanzo col titolo Les vies de papier. Una scelta interessante che fa cadere l'accento sulla vita "altra" della protagonista immersa nella letteratura.

Il romanzo mi è piaciuto molto e lo consiglio vivamente a chi, come Aaliya, crede che la letteratura e, dunque, i libri non siano solo un passatempo ma il significato di un’esistenza.

 

P.S.: Il romanzo è pieno di citazioni di altri libri e scrittori. Qualcuno potrebbe non amare questo genere di rimandi… Io li ho trovati assai interessanti e perfettamente inseriti nella trama.

Mio caro Kawabata, Rashid Daif

“Il dolore, caro Kawabata, ti agevola la morte, trasformandola in un bisogno urgente, in un sogno. A chi dico queste cose? A te! Se dovessi accorgermi, caro Kawabata, che già sai quello che ti sto dicendo, mi fermerei subito. Ma non posso riconoscerlo dal momento che mi sto servendo proprio di te contro i miei conterranei”. Mio caro Kawabata è un’epistola indirizzata allo scrittore giapponese Kawabata Yasunari, premio nobel, suicida nel 1972. Le ragioni che hanno spinto Rashid Daif (Ehden, Libano, 1945) a scegliere proprio questo letterato come destinatario della lettera sono rintracciabili sia da un punto di vista prettamente letterario (ciò che ha suggerito la lettura dell’opera Il Maestro di Go), sia da un punto di vista storico – esistenzialista (che è, poi, il risultato della dotta lettura). Il romanzo è espressione della transitorietà della storia, “una bestia, un tiranno” da odiare “quanto il nulla, l’assenza di significato”, ovvero, la manifestazione dell’impossibilità razionale di capire la realtà. Lo scombussolamento dell’uomo della metà del XX sec. dinanzi al work in progress storico è espresso attraverso una segmentazione del tempo secondo cui “Il passato, caro Kawabata, procede tanto verso il presente quanto verso il futuro; il presente è il futuro e il passato allo stesso tempo. Il futuro allora è roba da profezia, e io non ho proprio niente a che vedere con le profezie”. Di fatto, lo scrittore libanese, rivolgendosi a un collega giapponese, vuole “parlare a partire da eventi normali, dello scontro tra i tempi moderni – cioè la modernità provocatoria e minacciosa - e quelli antichi, cioè la tradizione”; come lui, è uno scrittore orientale, ma di certo Daif nutre ancora quella speranza che, seppure esigua, non gli prefigura mai l’immagine della morte eterna. Dallo scompenso dovuto alla transitorietà storica derivano incongruenze come il post scriptum che suggella il romanzo (“Spero che troverai tempo per rispondermi”) e appelli del tipo “Non puoi sapere quello che sto per raccontarti, perché è successo dopo la tua morte. Sta’ a sentire”. Questa è, dunque, la visione laica e relativista della realtà emergente dal romanzo autobiografico di Daif che parte dalla descrizione dell’infanzia e degli anni adolescenziali passati in famiglia presso un villaggio libanese di montagna per giungere alla militanza comunista durante l’università. Il linguaggio è descrittivo e travolgente, liberando i luoghi, i personaggi e i pensieri con fare narrativo estremamente naturale e spontaneo, libero da orpelli stilistici classici e ridondanti. Così, nella prima parte del libro, Daif racconta gli anni ’50 e ’60 passati in un contesto sociale dove Gagarin e lo studio scolastico delle teorie galileiane, rivisitate anche in chiave drammatica (il “compagno” Brecht) costituiscono un punto di scontro tra la miope tradizione e la modernità a cui si affacciano dei giovanissimi studenti. Trasferitosi nel cuore degli anni ‘60 a Beirut per continuare gli studi, Daif milita nel partito di ispirazione marxista sognando la costituzione di uno stato comunista con lo spirito arabo: seppur cristiano maronita e, pertanto, geneticamente schierabile con l’ala falangista anti – Palestina e Islam, Daif affianca la fazione islamica, cambiando all’occorrenza pure il nome, e lottando per il popolo palestinese. La seconda parte del romanzo, figlia della prima per ideologia, si muove dal consolidamento di una visione atea progressista razionale e marxista che, man mano, si dilegua lasciando un forte dubbio esistenzialista; quel mondo solidamente definito da leggi obiettivamente date viene meno con la guerra, la disperazione, la paura e le bombe lasciando nell’intellettuale solo macerie e l’incomprensione della realtà. Il giallo dei limoni di montaliana memoria. Anarchia nei confronti di cui l’intellettuale si sente inerme. Scrivere è l’unica soluzione, è la ragione per cui vale vivere. Ecco perchè il racconto si snoda con uno smaliziato senso di rievocazione (“La mia memoria è il mio sostegno più forte, un supporto al riparo dal dubbio”) in cui si staglia il Libano con le sue sofferenze unitamente a quelle del resto del Medioriente (“Prima di proseguire in questa mia fatica, permettimi di dirti in confidenza che il Libano è uno di quei paesi che non fanno altro che allestire periodicamente delle tragedie. È uno di quei paesi che si possono paragonare alla vegetazione che spunta sulle superfici sabbiose, sono piante belle e crescono in fretta, ma poi si bruciano al calore dei primi raggi del sole”), ma liberando sempre – e con orgoglio – l’amore verso la propria arabicità e la consapevolezza di un destino avverso (“Noi arabi troviamo naturale evocare le nostre [pene], perché siamo popoli sopraffatti e umiliati dal tempo, che ci ha defraudati della dignità e dei valori più sacri”). A tratti cinico, sarcastico di sicuro, di brillante acume intellettuale, Mio caro Kawabata, pubblicato nel 1995, è un libro speciale perché racconta con uno stile narrativo semplice e disincantato, ovvero lucido e pieno di umanità, il percorso di un’intera generazione segnata dalla guerra, dalle sconfitte ideologiche, dall’appannaggio dell’identità nel riflesso della tradizione. “Le parole, quando vogliono, possono portarci lontano, e alla stessa maniera noi possiamo condurle dove vogliamo, ma non siamo i soli a comportarci così, dal momento che anche il veleno – la storia – va avanti a stento”: Rashid Daif coniuga la realtà storica con una prosa geniale per consegnare al lettore un ritratto critico del Libano. Trop Beau.

 

Traduzione e introduzione di I. Camera d'Afflitto, Roma, Edizioni Lavoro, 1998, pp. 140.

L'arabo, lingua ufficiale in ventidue nazioni

Lezione-online, azienda di e-learning con cui collaboro, ha pubblicato il mio articolo sulla lingua araba, sulla sua diffusione e sul perché studiarla. Per visualizzarlo correttamente fare clic qui.

Ripropongo in questa sede l'articolo nella sua interezza. Ricordiamoci che conoscere altre culture significa creare ponti... Enjoy!



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L’arabo è una lingua semitica parlata da almeno 400 milioni di madrelingua distribuiti nel mondo e costituisce una sorta di passepartout all’interno della comunità dei musulmani. È la lingua ufficiale di ben 22 paesi, tutti aderenti alla Lega Araba: dal Medio Oriente al Nord Africa (fino alla Mauritania e al Sudàn), dal Golfo Persico all’Iràq, è la lingua che unisce un vasto territorio complesso da molti punti di vista. L’arabo è, inoltre, una delle sei lingue ufficiali delle Nazioni Unite; l’UNESCO celebra questa lingua il 18 dicembre di ogni anno realizzando delle iniziative a favore della promozione della multiculturalità e del multilinguismo.


L’ARABO, LINGUA UFFICIALE DI 22 NAZIONI
I ventidue paesi in cui l’arabo è la lingua nazionale possiedono caratteristiche geopolitiche e background storici molto complessi. I dati demografici a disposizione sono, però, rilevatori dell’intensità del fenomeno linguistico. L’Egitto, ad esempio, è il paese arabo più densamente abitato (con ben 82.000.000 di abitanti circa) mentre il Baḥraìn è quello meno abitato (solo 1.332.000 di abitanti). Medaglia d’argento e di bronzo per numero di abitanti vanno all’Algeria e al Sudàn con rispettivamente 39.210.000 e 38.000.000 abitanti. Seguono l’Iràq e il Marocco (che si fermano a circa 33.000.000 di abitanti), dunque, l’Arabia Saudita, lo Yemen e la Siria (tutti superiori a 22.000.000 di abitanti). Gli Emirati Arabi e la Tunisia contano circa 9.500.000/10.000.000 di abitanti; seguono, infine, la Giordania, la Libia, il Libano, la Palestina, la Mauritania, l’Omàn, il Kuwait e il Qatàr (attestando una popolazione compresa tra i 6.500.000 e i 2.170.000 abitanti).

Circa il 90% di detta popolazione si professa musulmana e vive accanto alle comunità arabe di cristiani (circa il 6% della popolazione totale) e di altre confessioni (circa il 4% della popolazione totale). L’etnia è propriamente araba anche se è molto diffusa anche quella berbera nella zona nordafricana e quella curda in area mediorientale.

Altri paesi islamici, poi, per ovvie ragioni religiose, definiscono l’arabo lingua ufficiale insieme a quella più diffusa nel territorio come, ad esempio, accade del Ciad e nella Somalia. In questo caso, tuttavia, la comunità dei parlanti arabo è piuttosto ristretta.
Il quadro linguistico del mondo arabo (e, di conseguenza, l’apprendimento di questa lingua) è reso ancor più complesso dalla presenza del dialetto, una sorta di vulgata colloquiale con cui la gente ordinariamente interagisce e che ciascun bambino impara sin dalla sua più tenera età. I dialetti arabi non vanno intesi come “espressione linguistica popolare”: dal docente universitario al commerciante, dall’avvocato alla casalinga, nei contesti di ordinaria quotidianità (al mercato, dal barbiere, a casa tra amici e parenti, ad esempio) viene utilizzato al-‘amiyyah (il dialetto, per l’appunto) confinando l’arabo standard di derivazione coranica a contesti più formali. I dialetti differiscono in base al contesto geografico e possono presentare anche parlate e intonazioni che variano di città in città. Inoltre, i dialetti dell’area nordafricana presentano diversi sostrati linguistici, tra cui il berbero, e risentono dell’influenza esercitata dal francese mentre quelli dell’area del Vicino Oriente sono molto più prossimi all’arabo standard. L’arabo che si studia di norma nei corsi per stranieri, che viene utilizzato dai mass media, dalla letteratura e dal mondo editoriale, che viene utilizzato presso gli ambienti accademici e amministrativi, che è definito lingua ufficiale nei suddetti paesi e che deriva dal Corano è il Modern Standard Arabic (MSA), l’arabo standard moderno o al-fuṣḥà, l’eloquente. L’arabo del Corano ne è la forma classica.
Accanto all’arabo, l’inglese e/o il francese sono molto diffusi presso il popolo arabo come retaggio post-coloniale. L’arabo ha esercitato una forte influenza linguistica presso molte altre lingue; l’italiano, ad esempio, possiede moltissime parole di derivazione araba.


RAPPORTI TRA LA LINGUA ARABA E IL CORANO

L’arabo è, storicamente parlando, nato prima del Corano. Tuttavia, è innegabile il forte rapporto esistente tra questi due elementi. Molti, infatti, sono i riferimenti presenti nel Testo Sacro che alludono alla lingua araba, ad esempio:
• “Così noi rivelammo il Corano quale Predicazione araba (…)” , Sura XX, 1131

• “Alìf, Làm, Rà. Ecco i Segni del Libro Chiarissimo: ecco l’abbiamo rivelato in dizione araba a che abbiate a comprenderlo”, Sura XII, 1-2;

• “E noi ben sappiamo che essi dicono: “Glielo insegna un uomo!”. Ma la lingua di quello cui pensano è barbaro mentre questo è arabo chiaro!”, Sura 16, 103.

L’arabo, dunque, è la lingua dell’Islàm con cui tutt’oggi i fedeli indirizzano le lodi e le preghiere ad Allah. E ai profondi legami con il Corano si deve sia la formalizzazione della grammatica – conseguente alla nascita del Credo – sia la sua diffusione dal punto di vista territoriale. A partire, infatti, dall’VIII secolo d.C., si diffuse una nuova dominazione su tutto il Medio Oriente e il Nord Africa e le genti si convertirono all’Islàm dando vita a un lunghissimo percorso storico dalla forte identità sia linguistica sia religiosa.

 

PERCHÉ STUDIARE L’ARABO?
L’arabo è una delle lingue straniere più richieste dal mercato del lavoro. Questa competenza linguistica è sempre più ricercata dalle aziende sia italiane che estere insieme a una conoscenza approfondita (e settoriale) dell’inglese. Vediamo un po’ più nel dettaglio in quali settori lavorativi è richiesta la conoscenza dell’arabo.

Business/commercio internazionale – dal mondo arabo verso l’Occidente: sono sempre più numerosi gli investimenti (e con essi i magnati arabi, i famosi “sceicchi”) nel mondo occidentale. Gli unici attuali concorrenti sono solo i cinesi.

Business/commercio internazionale – dall’Italia verso il mondo arabo: il Made in Italy spopola nel mercato dei Sauditi e degli Emirati. Ad esempio, la moda e i marmi sono particolarmente apprezzati e ricercati.

Risorse energetiche: sono numerosissimi i progetti per la costruzione e la gestione di oleodotti, giacimenti e altre infrastrutture che vedono il partenariato con società italiane.

Giornalismo e scrittura creativa/traduzioni letterarie ed editoriali: l’attenzione rivolta verso i paesi arabi è particolarmente alta di questi tempi. Un reporter potrebbe aver di bisogno di conoscere l’arabo per meglio sfruttare le proprie fonti. Negli ultimi anni, poi, si è andata sempre più intensificandosi l’attenzione verso la produzione letteraria ed editoriale contemporanea araba.

 • Terzo settore/Mondo sociale: purtroppo, sono molti gli arabi che cercano migliori condizioni di vita emigrando così dai propri paesi. Il fenomeno delle migrazioni (quasi sempre in condizioni drammatiche) è di dolorosa attualità e interessa moltissimo l’Italia. Gli operatori sociali – ma anche i professionisti che lavorano nel mondo sanitario, le forze armate e i mediatori culturali e linguistici – sono chiamati a conoscere questa lingua per meglio interagire e prestare adeguato soccorso.
Chiaramente il presente elenco non è esaustivo ma indicativo di come l’arabo sia sempre più ricercato oggi tra le competenze professionali. Vero è che in contesti professionali l’inglese è ancora la lingua maggiormente utilizzata ma “l’apertura verso nuovi mercati del mondo arabo e l’intensificazione dei rapporti commerciali con tali paesi hanno reso la conoscenza della lingua cosa gradita e spesso richiesta, se non fondamentale, in alcuni profili lavorativi”

(cit. Saana Darghmouni, Arabo per affari, Hoepli, 2016).

 

1 La traduzione in italiano dei versetti ivi indicati è di A. Bausani, cit. Il Corano, ed. Rizzoli, 2000.

 

Valentina Di Bennardo

Docente Lingua Araba

www.vdbtranslations.it



Cos'è il Ramadàn?

Lezione-online, azienda di e-learning con cui collaboro, ha pubblicato il mio articolo sul Ramadàn. Per visualizzarlo correttamente fare clic qui

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“E il mese di Ramaḍàn, il mese in cui fu rivelato il Corano come guida per gli uomini
e prova chiara di retta direzione e salvazione; non appena vedete la nuova luna,
digiunate per tutto quel mese, e chi è malato o in viaggio digiuni in seguito per altrettanti giorni.
Iddio desidera agio per voi, non disagio, e vuole che compiate il numero dei giorni
e che glorificate Iddio, perché vi ha guidato sulla retta Via,
nella speranza che Gli siate grati”.
(Corano II, 185)

 

Il Corano parla chiaro: nel mese della Rivelazione coranica, è opportuno digiunare a gloria di Iddio. Il Ramaḍàn, nono mese del calendario lunare islamico, è da poco cominciato. Con chiaro riferimento al nostro calendario gregoriano, il mese del digiuno ha avuto inizio la sera del 16 maggio e si concluderà il 14 giugno 2018.

Ma cos’è esattamente il Ramaḍàn? Perché i musulmani digiunano? Vediamo di scoprire punto per punto il significato di questo momento così importante per la comunità musulmana.  

CALENDARIO LUNARE ISLAMICO

Alessandro Bausani, celebre arabista e islamista italiano, spiega con chiarezza il calendario lunare affermando che: “Avendo Muḥammad abolito come empietà (Corano IX, 37) il mese intercalare che nel paganesimo preislamico ogni due o tre anni ristabiliva l’equilibrio fra il calendario solare e quello lunare, si ritornò con l’Islam al calendario lunare puro, prescindendo completamente da ogni corrispondenza di questo con le stagioni. I mesi lunari musulmani sono alternativamente di 29 e 30 giorni cosicché l’anno è, in tutto, di 354 giorni e addietro di undici giorni su quello solare”. Ecco, dunque, perché non vi è esatta corrispondenza tra i mesi del calendario islamico e quelli del calendario gregoriano; inoltre, questo spiega anche perché il Ramaḍàn cada in periodi diversi anno dopo anno. Si ricordi, poi, che la numerazione dell’anno non coincide con quella occidentale dal momento che essa parte dall’anno in cui avvenne l’egira, hijrah, quando cioè il Profeta lasciò la Mecca per recarsi a Medina (anno 622 d.C.): per i musulmani siamo, dunque, nell’anno 1439. Il calcolo dell’inizio del mese è particolarmente scrupoloso. Gli astronomi o i religiosi che hanno conoscenza di astronomia devono osservare il cielo notturno e individuare il primissimo falcetto di luna che indica la luna nuova. Solo in quel momento inizia il mese e, di conseguenza, inizia il digiuno. 

RAMAḌÀN: SOLO DIGIUNO?

L’idea che ci si debba astenere dall’assunzione di cibo e bevande per tutta la giornata per un mese intero è una cosa che colpisce gli occidentali i quali semplificano e, a volte, banalizzano il Ramaḍàn. Il digiuno (ṣawm o ṣiyàm) durante questo mese è e rimane meritorio anche se non obbligatorio. La Legge, infatti, ammette e raccomanda il digiuno volontario. Per digiuno si intende l’astensione non solo da cibo e bevanda dall’alba al tramonto ma anche da qualsiasi atto sessuale e da azioni e/o parole cattive: si raccomanda, dunque, di non litigare, di non mentire, di non calunniare e di non fare cattivi pensieri. Il digiuno è valido per tutti i musulmani eccezion fatta per minorenni, malati di mente, malati cronici, anziani, donne in gravidanza o durante l’allattamento o la mestruazione, i viaggiatori, chi deve compiere lavori pesanti, soprattutto, di pubblica utilità. Le donne che si trovano nelle suddette circostante e coloro i quali sono in viaggio o compiono lavori pesanti dovranno riscattare i giorni perduti di digiuno; tutti gli altri “esentati” possono riscattarsi dando un’elemosina straordinaria ai poveri. Stando ai dettami del Corano, l’inizio del giorno del Ramaḍàn è calcolato al momento in cui si delinea all’orizzonte il primo filo di luce. In questo mese, poi, la preghiera va fatta precedere dalla dichiarazione di volersi accingere al digiuno (niyyah). Il digiuno si interrompe non appena il sole è tramontato. Di solito, si compie un pasto poco prima dell’aurora, il saḥùr, per acquisire le giuste forze. Il pasto che rompe il digiuno si chiama ifṭàr; tradizionalmente si interrompe l’astensione dal cibo e dalle bevande dando un morso a un dattero in memoria del Profeta.Il digiuno del Ramaḍàn fa parte delle cinque prescrizioni dell’Islam, conosciute anche come i pilastri della fede islamica, ed è, di conseguenza, di importanza assoluta per la comunità musulmana (le altre prescrizioni sono: la shahàdah, o professione di fede, la ṣalàt o preghiera, la zakàt o elemosina rituale e il ḥajj o pellegrinaggio alla Mecca). Da qui derivano la sua peculiare importanza e l’osservanza capillare da parte dei musulmani.

Il Ramaḍàn è, dunque, un mese fervido dal punto di vista spirituale dal momento che, accanto al digiuno, si dà spazio anche alla preghiera, alla meditazione e all’autodisciplina. Non è facile, poi, digiunare quando questo mese cade nel periodo estivo i cui giorni sono più lunghi e le temperature particolarmente elevate.

 

FESTA IN FAMIGLIA

Il Ramaḍàn è un periodo di condivisione a livello famigliare. La famiglia, da sempre centrale nella mentalità islamica, si riunisce durante l’iftàr consumando una grande quantità di cibo in un’atmosfera serena e rilassata. Le pietanze variano a seconda del paese ma, di solito, si possono consumare antipasti vari, zuppe, insalate, un piatto principale a base proteica e dei dolci.

La conclusione del mese di Ramaḍàn è segnata da una delle due feste più importanti dell’anno islamico, al-‘ìd aṣ-ṣaghìr, letteralmente “la festa piccola”, detta anche‘ìd al-fiṭr, “festa della rottura del digiuno” (per completezza, l’altra festa importante per l’anno islamico è al-‘ìd al-kabìr, “la festa grande”, che ha luogo il decimo giorno del mese di dhù’l-ḥijjah). Si tratta di una festa molto sentita, nonostante sia definita “piccola”. In questo giorno ci si reca in moschea dove si recita una preghiera pubblica, la ṣalàt al-‘ìd. L’atmosfera che si vive è molto simile a quella natalizia tipicamente occidentale: come per il Natale, ci si scambia dei doni, le case sono addobbate e si trascorre la giornata in compagnia della famiglia e degli amici.

 

TRADIZIONI DAL MONDO

Se quanto finora riportato ha una valenza generale e vale per tutta la comunità islamica distribuita nel mondo, è anche vero che ciascun paese a maggioranza islamica possiede tradizioni specifiche che potrete conoscere qualora in viaggio durante questo periodo. In Libano, ad esempio, l’inizio e la fine dell’astinenza da cibo e bevande è segnata dallo scoppio quotidiano dei cannoni. Si tratta di un’usanza risalente a più di 200 anni fa quando, cioè, la Nazione faceva parte dell’Impero Ottomano. Troverete in Egitto, invece, delle bellissime e colorate lanterne, dette fànùs, simbolo di gioia e unità. Hanno un valore più culturale che religioso ma sono associate al mese del digiuno. Spesso al tramonto i bambini vanno in giro con le fanùs intonando dei canti e chiedendo ai passanti dei piccoli doni. In Iraq, invece, si gioca a mheibes, un gioco a squadra che può contare anche da 40 a 250 giocatori. Il gioco consiste nel nascondere un anello che l’altra squadra deve trovare: un giocatore, dunque, si muove tra i suoi compagni e dà l’anello a una persona; uno dei giocatori dell’altra squadra deve capire, attraverso le espressioni facciali e il linguaggio del corpo, chi ha l’anello.

 

GLI AUGURI

Se si hanno dei rapporti con dei musulmani, sono apprezzate le espressioni di augurio in virtù del periodo così fervido dal punto di vista spirituale: allora, va a tutta la comunità islamica il nostro più sentito “Ramaḍàn mubàrak” o “Ramaḍàn karìm”.

Valentina Di Bennardo

Docente Lingua Araba

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"Chicago" di 'Alaa Al-Aswani

Secondo l'immaginario collettivo, l'immigrato è colui che proviene da un paese più povero e difficile del proprio. Il ricordo di vecchie valigie tenute insieme da uno spago è in bianco e nero e, di certo, non può essere associato ai protagonisti del romanzo "Chicago" (2008) dello scrittore 'Alaa Al-Aswani. Sì, perché gli uomini e le donne egiziani che si muovono tra i capitoli di questo libro sono preparati, laureati e ambiziosi. Non sono poveri e piangono la lontananza da casa. Vogliono solo migliorarsi in un paese straniero che offre adeguati mezzi ai più meritevoli. Ma non sono egoisti: il loro obiettivo è quello di ritornare in patria e lì investire il loro sapere. Dopo "Palazzo Yacoubian", "Chicago" è il secondo romanzo dello scrittore egiziano, pubblicato in Italia da Feltrinelli. I due libri ripropongono la stessa struttura: la narrativa corale, eredità lasciata dal Premio Nobel Naguib Mahfuz, e l'unicità del riferimento spaziale (nel primo romanzo era l'omonimo palazzo mentre in "Chicago" è la residenza universitaria). "Chicago" racconta la vita di giovani laureati in medicina vincitori di una borsa di studio destinata all'approfondimento scientifico e alla ricerca di natura accademica presso la prestigiosa Illinois Medical School di Chicago, USA. La scelta di questa città (e questa università) non è affatto casuale: 'Alaa al-Aswani ha dato i primi passi da dentista (anzi, i primi colpi di trapano ... direi! :)) proprio qui.

 

Siamo all'indomani dell'11 settembre. Il personaggio principale è Nagi 'Abd al-Samad, studente in medicina arrivato in Illinois per completare la sua formazione in istologia. In verità, Nagi è un poeta ma, come lo scrittore, capisce che in Egitto  non si può vivere di arte e così si lancia nella professione medica. La sua poesia/vita è engagée e ben presto il suo credo politico lo spingerà a essere il capo del gruppo degli immigrati di opposizione, accanto a un chirurgo copto ormai affermato e residente a Chicago da anni. Leggiamo la sua esperienza americana proprio dalle pagine del suo diario che lo scrittore inserisce con dovizia, lasciando il lettore spesso in suspence - trucco assai ben studiato! Gli altri personaggi, invece, dibattono sui tabù in Egitto e negli USA; le tematiche sono tra le più diverse: aborto; discriminazione razziale, religiosa e di genere; corruzione; droghe; sesso ... Accanto a dottorandi in medicina, troviamo anche medici e docenti egiziani che vivono negli USA ormai da tempo, ma che non hanno mai dimenticato la loro terra di origine. Questi personaggi sono i portavoce dello stridore culturale più acuto tra i due Paesi, ma anche della tristezza nel condurre la propria esistenza - segnata da una carriera professionale ambiziosa e brillante - da straniero in terra straniera. Shaymaa, un'eccellente studentessa, trentenne e single, vive lo shock culturale ritrovandosi presto in una profonda crisi di identità. Vive col collega Tariq una relazione amorosa non proprio romanzata. Tariq è un giovane borghese egiziano scappato via dalle responsabilità familiari e formali impostegli dalla madre e dai parenti in Egitto. Riluttante in un primo momento all'idea di stare con Shaymaa, cambia di colpo atteggiamento scoprendosi innamorato della ragazza. Poi, però, la gravidanza di lei lo farà ritornare allo stato di riluttanza d'origine. Ra'fat è un docente egiziano con passaporto a stelle e strisce che, dopo aver "ripudiato" il suo background, ritorna sui suoi passi: non potendo accettare l'estrema e sbandata indipendenza della figlia che va a vivere con un artista che la inizierà alla droga, sentirà il peso di tanta "libertà". Il dott. Salah, invece, dopo anni e anni di matrimonio, dovrà accettare che nei confronti della moglie americana Chris non sente nulla, non ha mai provato nulla, avendola sposata solo per la cittadinanza. Anche i personaggi americani sono colti nella loro complessità; ad esempio, John Graham è il classico sessattontino, ricco di valori positivi, legato a Carol, giovane donna afroamericana che non riesce a trovare lavoro a causa del colore della sua pelle. Alla fine, accetterà di posare come modella per biancheria intima. La prosa dettagliata di "Chicago" è assai interessante; lo scrittore è riuscito a tessere una trama ricca e per nulla noiosa, proponendo un tema di straordinaria attualità, vivere da arabo negli USA all'indomani dell'11 settembre. Ho letto il romanzo tutto di un fiato; la traduzione in italiano è sciolta e la trama ben articolata nonostante la ricchezza dei dettagli (aspetto positivo), qualche personaggio venuto meno bene (il dr. Ahmad Danana è il personaggio che rappresenta la corruzione e la meschinità, insomma, è la mela marcia. A tratti, però, il racconto della vita di Danana risulta assai impacciato) e qualche soluzione narrativa piuttosto naive. L'attenzione al dettaglio non è stata apprezzata da alcuni critici che vedono 'Alaa Al Aswani più come cantastorie piuttosto che come scrittore. Credo che un giudizio del genere sia ingiusto; non è uno dei miei romanzieri arabi contemporanei preferiti, ma ha il merito di aver scritto sull'Egitto odierno in modo interessante, ma soprattutto intelligente. Altrimenti, non si spiegherebbe il grande successo di vendite del suo primo romanzo "Palazzo Yacoubian"(2006), tradotto in una ventina lingue (si dice, addirittura, che abbia venduto così tante copie da guadagnare il secondo posto subito dopo il Corano ...), da cui è stato tratto anche un film. Quello che, invece, non amo della scrittura di Al-Aswani è proprio la tecnica della coralità; in questa forma narrativa sento troppo il peso di Mahfuz che portò il romanzo arabo sotto i riflettori internazionali anche grazie alle sue "rivoluzioni" stilistiche (pietra miliare della narrativa araba contemporanea ... chapeau, Maestro!). Leggendo "Chicago" ho avuto a tratti la sensazione di rilegge "Miramar" e "Vicolo del Mortaio" ... Se, dunque, 'Alaa Al Aswani è l'erede del Premio Nobel per la scrittura realistica, di cui la coralità rappresenta uno dei tratti principali, auspico che possa personalizzarla adottandola a dei contenuti, comunque, originali e attuali. Al Aswani scrive dell'Egitto, ne racconta le complesse vicende politiche e sociali, fotografa la strada e la narra in modo preciso e dettagliato. E' riuscito a trattare nei suoi romanzi tematiche considerate tabù anche dal cosiddetto "Occidente civilizzato", come ad esempio l'omosessualità e l'emancipazione sessuale femminile ... Non c'è dubbio che Al Aswany sia in grado di trattare il realismo attingendo dalla sua contemporaneità, l'Egitto del XXI secolo (così diverso dal Paese di Mahfuz!), ma - a mio modestissimo avviso - dovrebbe rivisitare in termini contemporanei anche questo aspetto stilistico smaliziandosi nella costruzione e conseguente definizione dei suoi personaggi. Per concludere "Chicago" è un testo da leggere, soprattutto se si ama il ritratto come tecnica di rappresentazione. Ma non solo: può essere utile per vedere - con gli occhi di un arabo - l'occidente e le sue contraddizioni.

'Alaa Al Aswany,  "Chicago", Feltrinelli editore, Collana I Narratori, traduzione dall'arabo di Bianca Longhi, pagine 310

"In the kitchen", Monica Ali

Quando ho cominciato a organizzare il materiale per Badingiana, avevo programmato di scrivere su questo romanzo. Poi, però, ripensando a tutto il tempo che il libro ha stazionato sul comodino della camera da letto, sulla scrivania dello studio o sul tavolino del salotto ho cambiato idea. Oggi, invece, sono tornata sui miei passi: anche se è un brutto libro - parere personalissimo - bisogna comunque parlarne. Me ne sono convinta in automatico visitando il blog di un collega che - presentando i propri contenuti - asseriva di voler parlare solo dei romanzi interessanti. Io non sono molto d'accordo. Le nostre librerie traboccano di libri vuoti, stupidi, mediocri ... Come traduttrice letteraria ed editoriale mi sento a volte oltraggiata! Perché non affrontare il problema di romanzi per nulla entusiasmanti?

Il fenomeno, però, appare ben più complesso: se da una parte esiste un problema commerciale (il libro è un prodotto e deve essere venduto a più persone possibili, anche a chi non sa come sono fatte le librerie o a chi non apre un libro dai tempi della scuola), dall'altra possono esistere ragioni più profonde,  "tecniche", legate direttamente allo scrittore (o al traduttore). Per questa ragione non mi sento di definire "In the kitchen" un romanzo vuoto e stupido tout court ma, di sicuro, non è una scrittura coinvolgente. Si tratta di un'opera assai noiosa; altrimenti, non si spiegherebbe come mai abbia cominciato a leggerlo ad agosto - con la scusa delle ferie estive - per finirlo a dicembre ... davvero un lungo periodo ... intervallato da altre letture, giusto per "riprendermi" un poco. Vale la pena sottolineare che si tratta di un giudizio personalissimo; di contro, sarei felice nel confrontarmi con qualcuno che la pensa diversamente da me. Ma andiamo alla trama: Gabriel (Gabe) è capo chef presso l'Imperial Hotel di Londra. Lavora nella cucina di questo albergo coordinando un team variopinto dal punto di vista etnico. Gabe sta programmando di mettersi in proprio gestendo un ristorante con degli altri soci, realizzando così il sogno di una vita. Sentimentalmente legato a una cantante di night club, Charlie, ragiona su una potenziale vita insieme alla sua compagna. Progetti che vanno in aria nel momento in cui viene ritrovato nei sotterranei della cucina il corpo senza vita di Yuri,  un ragazzo ucraino che lavorava come garzone per lo stesso hotel. La vita di Gabe ne risulta scombussolata. Da sempre in un equilibrio precario, proprio quando alcuni passi importanti lungo il corso della propria esistenza sembravano ormai essere già fatti, il protagonista viene a ritrovarsi in un turbinio di accadimenti sconvolgenti. Ecco che compare Lena, la ragazza ucraina con cui intesserà un rapporto carnale, frutto di una mera attrazione fisica piuttosto che di amore. Gabe entra in un turbinio di vicende che lo porteranno in conflitto con l'attuale posto di lavoro e  i propri superiori coinvolti in affari loschi; scoprirà il cancro del padre, la malattia della madre, la fragilità della sorella; romperà bruscamente con la compagna a seguito dell'apparizione di Lena e si ritroverà a lavorare nei campi di cipolle e a dormire insieme a molti immigrati senza permesso in un casolare per pochi spiccioli... L'argomento di partenza, la materia grezza, esiste. Così come ci sono anche altre tematiche interessanti che compongono il corollario narrativo del testo: il melting pot londinese (tema assai caro a Monica Ali, nata a Dhaka da padre bengalese e madre britannica, che in "Brick Lane" assume un ruolo chiave - seppure abbia il testo in lingua originale non l'ho ancora letto!), il lavoro e le terribili condizioni per i sans papier, il razzismo degli inglesi, etc. Strategica la scelta della cucina come scenario in cui far muovere Gabe (diciamolo pure: parlare di cibo e chef è di moda! E, soprattutto, vende...). Eppure il testo non funziona. La noia ci accompagna tutto il tempo; i personaggi appaiono distanti e, soprattutto, antipatici. Ma attenzione: il romanzo consta "solo" di circa 590 pagine! Tastando il polso del web su questo libro, ho trovato una recensione assai intelligente con cui, a tratti, sono d'accordo. Voglio riproporre alcuni passi per inquadrare ancor meglio il romanzo e comprendere perché non sia un'opera riuscitissima. Ecco cosa scrive Katherine A. Evans per thecriticalflame.org: "Dalle primissime pagine del romanzo, Ali rende difficile il rapporto del lettore con il protagonista che, all'età di 42 anni, è ancora in attesa che la vita abbia inizio. L'incapacità di Gabe di coordinare lo staff dell'hotel sembra contaminare la vita personale del protagonista  con lentezza e vigore mentre il lettore assiste a diverse scene dal gusto fortemente negativo. Dal momento in cui il protagonista viene colpito da un alquanto bizzarro collasso, il lettore abbandona ogni tentativo di identificarsi con lui o provare empatia. Il romanzo prende una piega zigzagante e priva di direzione, proprio come la vita disgregata di Gabe, mentre l'improvviso cambio di scenario che alloca il racconto in una piantagione di cipolle appare tanto bizzarro come la linea narrativa." "Ali sembra fare degli sforzi incredibili per abbracciare l'intero paese e tutti i suoi abitanti. Ciò appare evidente quando l'autrice inizia a narrare una serie di storie brevi: la vita in un hotel di Londra; un quarantenne in lotta col proprio passato mentre il padre muore di cancro nell'Inghilterra settentrionale; l'estremismo delle condizioni del lavoro nero nel paese. Alcuni di questi aneddoti funzionano meglio di altri (le scene in cui Gabe si trova nella cittadina natia di Blantwistle sono tra le più interessanti), ma con l'apparizione simultanea di molte scene il romanzo perde la continuità e il tentativo di Ali di chiudere il romanzo con l'idea della vita come normale status quo sembra assurda rispetto al contesto." E' vero: la descrizione delle scene di fanciullezza di Gabe risultano interessanti. Sono dei quadretti ricchi di dettagli e legati all'immagine di una nazione che non esiste più, forte di una tradizione industriale tessile che ha fermato ormai i telai, gettando nella crisi occupazionale numerosi centri abitativi formatisi a ridosso delle industrie. "E' un peccato, davvero, perché il punto di vista della Ali è tanto importante quanto interessante. Come nel precedente lavoro ("Brick Lane", n.d.t.), che differisce in modo significativo nella trama e nello scenario di riferimento, ma non nelle tematiche, "In the kitchen" è un tentativo di dedicarsi all'idea dell'io e dell'identità all'interno del mondo multiculturale." Anche la lingua perde fluidità - ma non è colpa della traduttrice (anzi, mi rendo conto della difficoltà nel lavorare con un testo così critico): "Ali tenta di originare un melting pot linguistico mentre gli accenti regionali inglesi si miscelano alla parlata caraibica, al francese e al bielorusso. Ne consegue che i personaggi vengono fuori con un linguaggio che risulta, alle volte, assurdo e persino leggermente offensivo". Per concludere, "I temi della terra natia e dell'identità appaiono ancora interessanti (rispetto a Brick Lane, n.d.t.), ma qui la trattazione è sbagliata". Monica Ali, In the kitchen, Il Saggiatore, 2010 - traduzione di Grazia Gatti ISBN 978-884281598-3