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"Chicago" di 'Alaa Al-Aswani

Secondo l'immaginario collettivo, l'immigrato è colui che proviene da un paese più povero e difficile del proprio. Il ricordo di vecchie valigie tenute insieme da uno spago è in bianco e nero e, di certo, non può essere associato ai protagonisti del romanzo "Chicago" (2008) dello scrittore 'Alaa Al-Aswani. Sì, perché gli uomini e le donne egiziani che si muovono tra i capitoli di questo libro sono preparati, laureati e ambiziosi. Non sono poveri e piangono la lontananza da casa. Vogliono solo migliorarsi in un paese straniero che offre adeguati mezzi ai più meritevoli. Ma non sono egoisti: il loro obiettivo è quello di ritornare in patria e lì investire il loro sapere. Dopo "Palazzo Yacoubian", "Chicago" è il secondo romanzo dello scrittore egiziano, pubblicato in Italia da Feltrinelli. I due libri ripropongono la stessa struttura: la narrativa corale, eredità lasciata dal Premio Nobel Naguib Mahfuz, e l'unicità del riferimento spaziale (nel primo romanzo era l'omonimo palazzo mentre in "Chicago" è la residenza universitaria). "Chicago" racconta la vita di giovani laureati in medicina vincitori di una borsa di studio destinata all'approfondimento scientifico e alla ricerca di natura accademica presso la prestigiosa Illinois Medical School di Chicago, USA. La scelta di questa città (e questa università) non è affatto casuale: 'Alaa al-Aswani ha dato i primi passi da dentista (anzi, i primi colpi di trapano ... direi! :)) proprio qui.

 

Siamo all'indomani dell'11 settembre. Il personaggio principale è Nagi 'Abd al-Samad, studente in medicina arrivato in Illinois per completare la sua formazione in istologia. In verità, Nagi è un poeta ma, come lo scrittore, capisce che in Egitto  non si può vivere di arte e così si lancia nella professione medica. La sua poesia/vita è engagée e ben presto il suo credo politico lo spingerà a essere il capo del gruppo degli immigrati di opposizione, accanto a un chirurgo copto ormai affermato e residente a Chicago da anni. Leggiamo la sua esperienza americana proprio dalle pagine del suo diario che lo scrittore inserisce con dovizia, lasciando il lettore spesso in suspence - trucco assai ben studiato! Gli altri personaggi, invece, dibattono sui tabù in Egitto e negli USA; le tematiche sono tra le più diverse: aborto; discriminazione razziale, religiosa e di genere; corruzione; droghe; sesso ... Accanto a dottorandi in medicina, troviamo anche medici e docenti egiziani che vivono negli USA ormai da tempo, ma che non hanno mai dimenticato la loro terra di origine. Questi personaggi sono i portavoce dello stridore culturale più acuto tra i due Paesi, ma anche della tristezza nel condurre la propria esistenza - segnata da una carriera professionale ambiziosa e brillante - da straniero in terra straniera. Shaymaa, un'eccellente studentessa, trentenne e single, vive lo shock culturale ritrovandosi presto in una profonda crisi di identità. Vive col collega Tariq una relazione amorosa non proprio romanzata. Tariq è un giovane borghese egiziano scappato via dalle responsabilità familiari e formali impostegli dalla madre e dai parenti in Egitto. Riluttante in un primo momento all'idea di stare con Shaymaa, cambia di colpo atteggiamento scoprendosi innamorato della ragazza. Poi, però, la gravidanza di lei lo farà ritornare allo stato di riluttanza d'origine. Ra'fat è un docente egiziano con passaporto a stelle e strisce che, dopo aver "ripudiato" il suo background, ritorna sui suoi passi: non potendo accettare l'estrema e sbandata indipendenza della figlia che va a vivere con un artista che la inizierà alla droga, sentirà il peso di tanta "libertà". Il dott. Salah, invece, dopo anni e anni di matrimonio, dovrà accettare che nei confronti della moglie americana Chris non sente nulla, non ha mai provato nulla, avendola sposata solo per la cittadinanza. Anche i personaggi americani sono colti nella loro complessità; ad esempio, John Graham è il classico sessattontino, ricco di valori positivi, legato a Carol, giovane donna afroamericana che non riesce a trovare lavoro a causa del colore della sua pelle. Alla fine, accetterà di posare come modella per biancheria intima. La prosa dettagliata di "Chicago" è assai interessante; lo scrittore è riuscito a tessere una trama ricca e per nulla noiosa, proponendo un tema di straordinaria attualità, vivere da arabo negli USA all'indomani dell'11 settembre. Ho letto il romanzo tutto di un fiato; la traduzione in italiano è sciolta e la trama ben articolata nonostante la ricchezza dei dettagli (aspetto positivo), qualche personaggio venuto meno bene (il dr. Ahmad Danana è il personaggio che rappresenta la corruzione e la meschinità, insomma, è la mela marcia. A tratti, però, il racconto della vita di Danana risulta assai impacciato) e qualche soluzione narrativa piuttosto naive. L'attenzione al dettaglio non è stata apprezzata da alcuni critici che vedono 'Alaa Al Aswani più come cantastorie piuttosto che come scrittore. Credo che un giudizio del genere sia ingiusto; non è uno dei miei romanzieri arabi contemporanei preferiti, ma ha il merito di aver scritto sull'Egitto odierno in modo interessante, ma soprattutto intelligente. Altrimenti, non si spiegherebbe il grande successo di vendite del suo primo romanzo "Palazzo Yacoubian"(2006), tradotto in una ventina lingue (si dice, addirittura, che abbia venduto così tante copie da guadagnare il secondo posto subito dopo il Corano ...), da cui è stato tratto anche un film. Quello che, invece, non amo della scrittura di Al-Aswani è proprio la tecnica della coralità; in questa forma narrativa sento troppo il peso di Mahfuz che portò il romanzo arabo sotto i riflettori internazionali anche grazie alle sue "rivoluzioni" stilistiche (pietra miliare della narrativa araba contemporanea ... chapeau, Maestro!). Leggendo "Chicago" ho avuto a tratti la sensazione di rilegge "Miramar" e "Vicolo del Mortaio" ... Se, dunque, 'Alaa Al Aswani è l'erede del Premio Nobel per la scrittura realistica, di cui la coralità rappresenta uno dei tratti principali, auspico che possa personalizzarla adottandola a dei contenuti, comunque, originali e attuali. Al Aswani scrive dell'Egitto, ne racconta le complesse vicende politiche e sociali, fotografa la strada e la narra in modo preciso e dettagliato. E' riuscito a trattare nei suoi romanzi tematiche considerate tabù anche dal cosiddetto "Occidente civilizzato", come ad esempio l'omosessualità e l'emancipazione sessuale femminile ... Non c'è dubbio che Al Aswany sia in grado di trattare il realismo attingendo dalla sua contemporaneità, l'Egitto del XXI secolo (così diverso dal Paese di Mahfuz!), ma - a mio modestissimo avviso - dovrebbe rivisitare in termini contemporanei anche questo aspetto stilistico smaliziandosi nella costruzione e conseguente definizione dei suoi personaggi. Per concludere "Chicago" è un testo da leggere, soprattutto se si ama il ritratto come tecnica di rappresentazione. Ma non solo: può essere utile per vedere - con gli occhi di un arabo - l'occidente e le sue contraddizioni.

'Alaa Al Aswany,  "Chicago", Feltrinelli editore, Collana I Narratori, traduzione dall'arabo di Bianca Longhi, pagine 310

"In the kitchen", Monica Ali

Quando ho cominciato a organizzare il materiale per Badingiana, avevo programmato di scrivere su questo romanzo. Poi, però, ripensando a tutto il tempo che il libro ha stazionato sul comodino della camera da letto, sulla scrivania dello studio o sul tavolino del salotto ho cambiato idea. Oggi, invece, sono tornata sui miei passi: anche se è un brutto libro - parere personalissimo - bisogna comunque parlarne. Me ne sono convinta in automatico visitando il blog di un collega che - presentando i propri contenuti - asseriva di voler parlare solo dei romanzi interessanti. Io non sono molto d'accordo. Le nostre librerie traboccano di libri vuoti, stupidi, mediocri ... Come traduttrice letteraria ed editoriale mi sento a volte oltraggiata! Perché non affrontare il problema di romanzi per nulla entusiasmanti?

Il fenomeno, però, appare ben più complesso: se da una parte esiste un problema commerciale (il libro è un prodotto e deve essere venduto a più persone possibili, anche a chi non sa come sono fatte le librerie o a chi non apre un libro dai tempi della scuola), dall'altra possono esistere ragioni più profonde,  "tecniche", legate direttamente allo scrittore (o al traduttore). Per questa ragione non mi sento di definire "In the kitchen" un romanzo vuoto e stupido tout court ma, di sicuro, non è una scrittura coinvolgente. Si tratta di un'opera assai noiosa; altrimenti, non si spiegherebbe come mai abbia cominciato a leggerlo ad agosto - con la scusa delle ferie estive - per finirlo a dicembre ... davvero un lungo periodo ... intervallato da altre letture, giusto per "riprendermi" un poco. Vale la pena sottolineare che si tratta di un giudizio personalissimo; di contro, sarei felice nel confrontarmi con qualcuno che la pensa diversamente da me. Ma andiamo alla trama: Gabriel (Gabe) è capo chef presso l'Imperial Hotel di Londra. Lavora nella cucina di questo albergo coordinando un team variopinto dal punto di vista etnico. Gabe sta programmando di mettersi in proprio gestendo un ristorante con degli altri soci, realizzando così il sogno di una vita. Sentimentalmente legato a una cantante di night club, Charlie, ragiona su una potenziale vita insieme alla sua compagna. Progetti che vanno in aria nel momento in cui viene ritrovato nei sotterranei della cucina il corpo senza vita di Yuri,  un ragazzo ucraino che lavorava come garzone per lo stesso hotel. La vita di Gabe ne risulta scombussolata. Da sempre in un equilibrio precario, proprio quando alcuni passi importanti lungo il corso della propria esistenza sembravano ormai essere già fatti, il protagonista viene a ritrovarsi in un turbinio di accadimenti sconvolgenti. Ecco che compare Lena, la ragazza ucraina con cui intesserà un rapporto carnale, frutto di una mera attrazione fisica piuttosto che di amore. Gabe entra in un turbinio di vicende che lo porteranno in conflitto con l'attuale posto di lavoro e  i propri superiori coinvolti in affari loschi; scoprirà il cancro del padre, la malattia della madre, la fragilità della sorella; romperà bruscamente con la compagna a seguito dell'apparizione di Lena e si ritroverà a lavorare nei campi di cipolle e a dormire insieme a molti immigrati senza permesso in un casolare per pochi spiccioli... L'argomento di partenza, la materia grezza, esiste. Così come ci sono anche altre tematiche interessanti che compongono il corollario narrativo del testo: il melting pot londinese (tema assai caro a Monica Ali, nata a Dhaka da padre bengalese e madre britannica, che in "Brick Lane" assume un ruolo chiave - seppure abbia il testo in lingua originale non l'ho ancora letto!), il lavoro e le terribili condizioni per i sans papier, il razzismo degli inglesi, etc. Strategica la scelta della cucina come scenario in cui far muovere Gabe (diciamolo pure: parlare di cibo e chef è di moda! E, soprattutto, vende...). Eppure il testo non funziona. La noia ci accompagna tutto il tempo; i personaggi appaiono distanti e, soprattutto, antipatici. Ma attenzione: il romanzo consta "solo" di circa 590 pagine! Tastando il polso del web su questo libro, ho trovato una recensione assai intelligente con cui, a tratti, sono d'accordo. Voglio riproporre alcuni passi per inquadrare ancor meglio il romanzo e comprendere perché non sia un'opera riuscitissima. Ecco cosa scrive Katherine A. Evans per thecriticalflame.org: "Dalle primissime pagine del romanzo, Ali rende difficile il rapporto del lettore con il protagonista che, all'età di 42 anni, è ancora in attesa che la vita abbia inizio. L'incapacità di Gabe di coordinare lo staff dell'hotel sembra contaminare la vita personale del protagonista  con lentezza e vigore mentre il lettore assiste a diverse scene dal gusto fortemente negativo. Dal momento in cui il protagonista viene colpito da un alquanto bizzarro collasso, il lettore abbandona ogni tentativo di identificarsi con lui o provare empatia. Il romanzo prende una piega zigzagante e priva di direzione, proprio come la vita disgregata di Gabe, mentre l'improvviso cambio di scenario che alloca il racconto in una piantagione di cipolle appare tanto bizzarro come la linea narrativa." "Ali sembra fare degli sforzi incredibili per abbracciare l'intero paese e tutti i suoi abitanti. Ciò appare evidente quando l'autrice inizia a narrare una serie di storie brevi: la vita in un hotel di Londra; un quarantenne in lotta col proprio passato mentre il padre muore di cancro nell'Inghilterra settentrionale; l'estremismo delle condizioni del lavoro nero nel paese. Alcuni di questi aneddoti funzionano meglio di altri (le scene in cui Gabe si trova nella cittadina natia di Blantwistle sono tra le più interessanti), ma con l'apparizione simultanea di molte scene il romanzo perde la continuità e il tentativo di Ali di chiudere il romanzo con l'idea della vita come normale status quo sembra assurda rispetto al contesto." E' vero: la descrizione delle scene di fanciullezza di Gabe risultano interessanti. Sono dei quadretti ricchi di dettagli e legati all'immagine di una nazione che non esiste più, forte di una tradizione industriale tessile che ha fermato ormai i telai, gettando nella crisi occupazionale numerosi centri abitativi formatisi a ridosso delle industrie. "E' un peccato, davvero, perché il punto di vista della Ali è tanto importante quanto interessante. Come nel precedente lavoro ("Brick Lane", n.d.t.), che differisce in modo significativo nella trama e nello scenario di riferimento, ma non nelle tematiche, "In the kitchen" è un tentativo di dedicarsi all'idea dell'io e dell'identità all'interno del mondo multiculturale." Anche la lingua perde fluidità - ma non è colpa della traduttrice (anzi, mi rendo conto della difficoltà nel lavorare con un testo così critico): "Ali tenta di originare un melting pot linguistico mentre gli accenti regionali inglesi si miscelano alla parlata caraibica, al francese e al bielorusso. Ne consegue che i personaggi vengono fuori con un linguaggio che risulta, alle volte, assurdo e persino leggermente offensivo". Per concludere, "I temi della terra natia e dell'identità appaiono ancora interessanti (rispetto a Brick Lane, n.d.t.), ma qui la trattazione è sbagliata". Monica Ali, In the kitchen, Il Saggiatore, 2010 - traduzione di Grazia Gatti ISBN 978-884281598-3
"Estasi culinarie" di Muriel Barbery

Estasi culinarie (Une gourmandise) di Muriel Barbery (nella traduzione italiana di Emanuelle Caillat e Cinzia Poli, pubblicato da Edizioni e/o) è un'opera breve (pp.139), ma di intensa liricità. Un inno al mondo gastronomico esaltato dalle descrizioni culinarie del protagonista, rese con colori vivaci da una prosa libera, a briglie sciolte, avventurosa, coinvolgente. A Parigi, in rue de Grenelle - strada resa, poi, celeberrima dal best seller a firma della medesima autrice francese, L'eleganza del riccio - sta per concludersi la vita di monsieur Arthens, il più grande critico gastronomico sulla terra. Il romanzo consta di capitoletti in cui sono presenti tanto gli ultimi pensieri del critico quanto quelli delle persone che lo conoscevano da vicino e da lontano. Una coralità di punti di vista che ruotano attorno a un uomo che - cinico, freddo, di successo, temibile e temuto - incarna la figura del tipico borghese, preso dall'esteriorità e dal senso del bello, ma per nulla rispettoso dell'altro e dei sentimenti da questi provati. Non è un caso che il critico stia morendo perché afflitto da una malattia cardiologica, un disturbo che aveva colpito l'organo più rappresentativo della sua complessa identità. Si tratta di un viaggio alla ricerca del "sapore primordiale e sublime, un sapore provato e che ora gli sfugge, il Sapore per eccellenza, quello che vorrebbe assaggiare di nuovo prima del trapasso" (cfr. presentazione in quarta di copertina a cura della casa editrice italiana). Un sapore che per essere trovato necessita rivivere le tappe più importanti della vita e i luoghi che ne hanno incorniciato le esperienze: dall'infanzia alla giovinezza e, infine, alla maturità. Si passa dalla cucina della nonna alla haute cuisine del mondo, in giro per il mondo (Francia, Grecia, Tangeri, Rabat, San Francisco). Si dice che in punto di morte si ripercorra la propria vita come in un film; in un certo senso, è quel che accade nello scorrere delle pagine di questo romanzo. Un racconto esaltato che rivive piatti e prelibatezze intervallato dagli ultimi pensieri degli altri: la moglie - rilegata a un angolo, trasparente a suoi occhi, ma perdutamente persa nell'amore per il marito, i figli - che ne hanno subito il distacco freddo, gli animali domestici, gli amici, l'amante, il mendicante sotto casa e tanti altri che affollano la scelta e raccolgono gli ultimi pensieri per il moribondo.  Il racconto di una vita che - prima di spegnersi definitivamente - è ancora alla ricerca del Sapore dal momento che "Non di solo pane vive l'uomo: di cos'altro ancora?" Al di là della freddezza e del cinismo, il protagonista mi suscita una grande ammirazione (anch'io faccio la fine delle sue vittime!). Senza dubbio è un genio, un artista della parola, capace di trasformare quest'ultima in una vera e propria spada con cui affrontare temibili nemici nei duelli. "La sua prosa... la sua prosa era nettare, era ambrosia, un inno alla lingua, ogni volta mi si attorcigliavano le budella, e poco importava che parlasse di cibo o di altre cose, in realtà non contava l'oggetto: a risplendere era la parola. Le cibarie erano solo un pretesto, forse addirittura una scappatoia per sfuggire a ciò che il suo talento di cesellatore avrebbe potuto mettere in luce: il tenore esatto delle sue emozioni, la durezza e le sofferenze, infine lo smacco...". è l'artista delle parole, colui che ha esaltato sapori e piatti denigrandone altri; in un certo senso, intravedo in questo personaggio anche il ruolo di traduttore. In fin dei conti, il critico gastronomico crea al pari di uno chef. Ne traduce le opere. Proprio in questi giorni sto leggendo un saggio di Umberto Eco, "Dire quasi la stessa cosa", pubblicato da Bompiani nel 2003. Lo scrittore - nella sua ampia introduzione - sottolinea che tutta l'opera nasce dall'esperienza traduttiva, dunque, dalla prassi; e in maniera altrettanto pragmatica delinea la definizione di "tradurre" partendo dal vocabolario della Treccani, passando, poi, dal più venduto dei dizionari in Italia, lo Zingarelli, per infine atterrare presso una landa più sicura, quella del Webster New Collegiate Dictionary che, tra i tanti significati della parola to translate, dà la seguente definizione riportata da Eco: to transfer or to turn from one set of symbols into an other. In un certo senso, monsieur Arthens ha compiuto per tutta la sua vita questa mirabile opera traduttiva (anche se intesa in senso lato e, forse, in senso intersemiotico, per dirla con lo stesso Umberto Eco), parole tanto amate quanto temute, partorite nello studio di rue de Grenelle in compagnia del gatto Rick. Una vera e propria autorità per cui "Niente è così piacevole come vedere l'ordine del mondo che si piega di fronte ai nostri desideri", ma anche un gran bastardo, per dirla con l'amante Marquet. Alla fine, troverà Dio, sì "Dio, ossia il piacere brutale, senza compromessi, che parte dal centro di noi stessi, bada solo al nostro godimento e alla fine ritorna da dove è partito. Dio, ossia la religione misteriosa della nostra intimità in cui apparteniamo intimamente a noi stessi, in un'apoteosi di desiderio autentico e piacere incontrastato". A nulla varrà la corsa disperata verso un supermercato, perché il critico avrà recuperato il Sapore cui avrebbe dovuto dedicare la sua intera esistenza in forma costruttiva, ma al contrario ha riempito pagine gettando fiumi di inchiostro contro. Con saggezza monsieur Arthens riconosce che "Il punto non è mangiare né vivere, è sapere perché".
"La donna che leggeva troppo" di Bahiyyih Nakhjavani

Ho appena concluso la lettura del romanzo "La donna che leggeva troppo" di Bahiyyih Nakhjavani. Avevo comprato il testo qualche anno fa più attirata dalla copertina che ispirata dall'opera in sé. Era l'anno in cui uscirono diversi romanzi con al centro le figure femminili di derivazione islamica e la cosa mi provocava - da buona arabista - una certa insofferenza: vedere certi testi che parlavano di donne soggiogate, figli perduti e mai ritrovati, barbarie e ogni genere di roba melensa e sdolcinata, camuffata col velo islamico, mi dava il voltastomaco.

Quest'anno ho voluto leggerlo. Devo dire che è un romanzo interessante, diverso da quel che mi aspettavo (ah, questi pregiudizi mentali!!!). Narra la vita della poetessa di Qazvin, all'anagrafe Tahirih Qurratu’l-Ayn, poetessa vissuta in Persia nel XIX secolo. Un personaggio poco conosciuto e assai controverso:  fu nutrita dalla passione verso la conoscenza impartendo lezioni di scrittura e lettura alle donne che all'epoca venivano escluse da ogni genere di dottrina, conosceva molto bene le fonti del diritto islamico e fu esempio di emancipazione femminile a livelli altissimi. Fu accusata di eresia e omicidio, conobbe la prigionia e concluse la sua vita in modo drammatico. Apportò un contributo notevole al Bàbismo, movimento religioso fiorito in Persia nell'Ottocento, duramente ostacolato dall'ortodossia sciita locale. Oltre alla sconfinata conoscenza che disorientava ogni mufti o altra carica imperiale, viene ricordata per la sua bellezza, generosità e amore per la vita. Oggetto di scandalo e riprovazione pubblica per essersi tolta il velo in pubblico, la poetessa è simbolo di coraggio, una temerità in grado di sfidare i dogmi ciechi e cristallizzati e di contribuire al progresso della società e alla rinascita di essa attraverso una purificazione spiritual-culturale. Il personaggio è "leggero": fluttua con la stessa melodia delle sue parole e infiamma i luoghi con i suoi profumi.

Il romanzo consta di quattro capitoli: punti di vista diversi afferenti la medesima storia. Quattro donne raccontano l'avvenuto apportando spunti di riflessione personalizzati e componendo un quadro di vicende che all'inizio potrebbe sembrare labirintico. Secondo me la forza di questo romanzo è proprio questa: non seguire la "classica" linearità della trama. L'ordine naturale degli eventi è innaturalmente esposto in modo disordinato. Ma basta seguire il filo di Arianna per cogliere il pregio di ogni pagina e la complessità di un personaggio così scomodo, eppure potente. L'autrice è  in gamba: distruggere la sintassi della trama pur mantenendo un quadro logico di attività è un'operazione che richiede pazienza, lucidità e passione d'artigiano. Inoltre, la storia e con essa le pagine trasudano di femminilità: donna il personaggio principale, femminili i quattro punti di vista raccontati nei quattro capitoli, donna l'autrice. Dimenticavo: il filo d'Arianna è l'amore per la conoscenza. Se questa poetessa - lontana da noi per tempi storici, paese di derivazione, lingua e cultura - è ancora ammaliante, ciò avviene perché è in grado di risvegliare dal torpore quotidiano l'amore verso il sapere, l'interesse verso i libri, considerati come la chiave di lettura più idonea della realtà. La poetessa, infatti, sapeva leggere i tempi e prediceva avvenimenti, ma non era né una strega né una chiromante. Le bastavano la lettura e il sapere per interpretare gli avvenimenti e leggere nel cuore della gente. Bahiyyih Nakhjavani, La donna che leggeva troppo, RCS Libri Superpocket, 2007 - traduzione dall'inglese di M. Baiocchi e A. Tagliavini - pagg. 426
"L'arte di dimenticare" di Ahlem Mosteghanemi

Ahlem Mostaghanemi è una scrittrice contemporanea molto apprezzata fra i lettori arabi. Algerina, attualmente vive in Libano, a Beyrut per la precisione. Nel 2013 è stata pubblicato in italiano "L'arte di dimenticare", edito da Sonzogno, traduzione a cura di Camilla Albanese, un romanzo che avevo già letto nella versione inglese due prima di questa pubblicazione (The art of forgetting - Love him as no woman has loved and forget him like a man forgets, edito da Bloomsbury Qatar Foundation Publishing, traduzione a cura di Raphael Cohen).

 

Questa scrittrice è un fenomeno editoriale e mediatico: 1 milione di fan su Facebook e più di 150 mila su Twitter. In Italia, però, non ha grande fortuna. Speriamo che L'arte di dimenticare la porti alla ribalta anche nel Bel Paese. La casa editrice italiana presenta il testo così: Quando una donna viene lasciata, tanto più se di punto in bianco, le ambasce del cuore possono travolgerla e spingerla a entrare nel tortuoso tunnel delle supposizioni, delle attese spasmodiche - più o meno sensate - di un segnale, magari nella speranza che non sia proprio l'ultimo e che lui ritorni. Ma così non va. C'è una cosa che le donne dovrebbero imparare dagli uomini, e cioè l'arte di dimenticare. Nessuno ci insegna come si fa ad amare, a evitare di essere infelici, a dimenticare, a spezzare le lancette dell'orologio dell'amore. Come si fa a non tormentarci, a lottare contro la tirannia delle piccole cose, a neutralizzare il complotto dei ricordi e ignorare un telefono che resta muto. Esiste qualcuno che, mentre siamo lì a singhiozzare per un torto d'amore, ci dice che un giorno rideremo di quella stessa cosa che oggi ci fa piangere? Attraverso le confidenze di amiche e conoscenti, proverbi e una ricchissima raccolta di aforismi di personaggi famosi - poeti, scrittori, filosofi arabi e non - questo libro è una sapiente e gustosa raccolta di pillole di saggezza per prendere le distanze da una storia finita e creare i presupposti per una nuova. Una meditazione piena di stile e ironia su come sopravvivere all'amore e ai suoi danni.

 

Da parte mia, sono un pò divisa su questo testo: l'idea alla base è originale. Volere pubblicare un manuale dedicato alle donne per far dimenticare loro gli uomini che le hanno abbandonate e prese in giro con i sentimenti potrebbe apparire come un'idea interessante. Una sorta di appendice a Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere di John Gray, ma in versione araba. Il testo è scritto con arguzia e ironia. Bellissime le citazioni poetiche, letterarie, filosofiche inserite con sapienza nel testo. Quello che non mi convince, però, è perché le donne devono apparire in modo così stereotipato. Certo, l'autrice non ha l'obiettivo di scrivere un manifesto femminista quanto di dare consigli a chi è stata abbandonata dal proprio uomo e rimane tormentata da questo amore (e ce n'è tante sulla faccia della Terra ...). Consigli che sono destinati principalmente alle donne arabe il cui profilo emergente alla fine del libro è alquanto piatto.  Alla sottoscritta che prende Simone de Beauvoir come modello quotidiano e che  al Salone del libro del 2013 ha assistito a bellissimi incontri con donne intellettuali arabe si arriccia il naso e avverte in alcuni passaggi un attacco di orticaria... Ahlem Mosteghanemi è, però, sincera e diretta a riguardo: " Non è un manifesto femminista. E' la risposta delle donne contro la mascolinità, in difesa dell'uomo, quell'ammaliatore dal cui fascino siamo orgogliose di essere rapite, dal momento che senza di lui non saremmo né femminili né donne". Un manuale di difesa dagli effetti collaterali del machismo dove lo scudo protettivo è dato dall'oblio, quel "voltare la pagina" che non sembra risultare facile nelle questioni della vita. Questione di ideali e di punti di vista? Sarà ... ma la scrittura (almeno nella traduzione inglese) è molto bella, leggera, scorrevole e ben articolata, solo a tratti ridondante. Il tessuto narrativo è costruito in modo intelligente e l'arte stilistica è meravigliosamente arabeggiante.  Non mancano i riferimenti all'attuale situazione politica  (questi sì che sono arguti...) e critiche al sistema politico attuale. Sicuramente da leggere, il testo - elegante e ironico al tempo stesso - esplora i sentimenti e dà istruzioni su come dimenticare. Ma, attenzione! Tenete sempre a mente l'obiettivo con cui l'autrice ha scritto questo testo - aspetto più volte indicato in questo post - , altrimenti sarete testimoni solo di una lettura alquanto sdolcinata ...

"I racconti del parrucchiere" di Elvira Seminara

Per alcune donne si tratta di una routine. Per altre di una necessità cui non poter rinunciare. Ma ci sono anche donne che si rifugiano dentro a caschi caldissimi per rilassarsi e leggere qualche rivista. Così come ci sono altre donne che ci vanno per dare un taglio al passato e voltare pagina. Andare dal parrucchiere - azione abitudinaria e banalissima agli occhi degli uomini - ha sempre molte valenze che rispecchiano la complessità femminile. Ed è questo mondo a costituire la trama de "I racconti del parrucchiere" di Elvira Seminara.

Un' idea sublime, non c'è dubbio: narrare l'anima femminile più intima tra phon, lacche e tinture, ovvero, in un habitat  che di civettuolo ha ben poco. I personaggi dei racconti vanno dal parrucchiere per dei bisogni solo apparentemente estetici; ci sono ragioni esistenziali, drammi, speranze e tristi realtà a dominare la scena. Anche la presenza maschile è contemplata sottraendo nuances rosa che colorerebbero per intero il testo. Pagina dopo pagina si incontra Milly, la sciampista in grado di vedere i pensieri  delle clienti mentre ne massaggia la cute e lava i capelli; dallo Sri Lanka Chandrika, una badante immigrata, pronta a lasciare l'Italia per Parigi; c'è il ricordo di Ninni che, in bilico "sull'orlo sconnesso", è scivolato giù lasciando la cupa e triste vita; un marito che scopre l'infedeltà della moglie che andava "troppo spesso" dal parrucchiere; D'Orti Ines, anzi, Pesci '90, che si racconta a una rivista; Licia e la sua vita crepuscolare; Maura e gli occhi viola; il dramma segreto di Sandra; la dura vita a Capo Nord; una giovanissima suora; la tristezza di un padre separato; pagine di un diario che narrano ingenuità; un triangolo insoluto.... Più semplicemente in questa raccolta di racconti c'è l'umanità tutta intera e la sua fragilità, una vita ordinaria spesso tinteggiata di grigio. Elvira Seminara, "I Racconti del Parrucchiere", Alberto Gaffi Editore, anno di pubblicazione 2009, pp. 104
Eat the Beatles!

Lo confesso: adoro i Beatles! Per me sono un non plus ultra della musica rock. Ho sempre detto e ribadito che se avessi una macchina del tempo ritornerei agli anni Sessanta, che per me sono tra i migliori decenni registratisi nella storia europea. Perdonate le mie elucrubazioni mentali, ma quando si tratta dei Beatles comincerei a urlare e scuotere la testa come le tante fans che si vedono nei vecchi filmati (ma senza esagerare, però!). [youtube=http://www.youtube.com/watch?v=dOcYTOBA0CI] Proprio di recente ascoltavo "White Album", il mio preferito. Ma, brano dopo brano, le tante allusioni al cibo mi hanno spinta ad analizzare più attentamente i testi e a fare qualche ricerca su Internet. Ho trovato un curioso studio risalente al 2010 condotto da un comico americano e ultra-fan dei Beatles, Martin Lewis, che analizza i Fab-4 proprio dal punto di vista del cibo. L'obiettivo di Martin Lewis è di celebrare il valore artistico dei Beatles come i loro gusti in cucina: è emerso che, al di là delle droghe, anche il cibo ha ispirato notevolmente la band con effetti artistici noti. Entriamo allora nel dettaglio. Lo studio ha diviso "food&drink by the Beatles" in 09 gruppi: 1. Carne & pollame 2. Pesce 3. Uova &Prodotti caseari 4. Vegetali 5. Frutta 6. Spezie 7. Cereali, farinacei, noci & amidi 8. Dolci 9. Bevande varie 1. Carne & pollame Nonostante tre componenti fossero vegetariani, il riferimento alle carni non viene meno. Le mucche costituiscono un tema piuttosto diffuso nelle canzoni: "When I Get Home" di John,"Cockamamie Business" di George," il pezzo strumentale "Cows" di Paul. Anche Ringo ha dato il proprio contributo alla materia col singolo "Early 1970". Secondo la ricerca, il vegetariano George ha fatto riferimento alla tematica più frequentemente rispetto agli altri: maiali, costolette, bacon (in ben due brani!), due varietà di pollo, Burger King e Macdonald's. Di Paul, invece, il brano "Mary Had A Little Lamb". Johnn si è dedicato al pollame con "And Your Bird Can Sing" e il suo inno agli avanzi della Festa del Ringraziamento "Cold Turkey." 2. Pesce Polpi (è di Ringo "Octopus's Garden"), ostriche e anguille (rispettivamente Paul e George) sono le specie più diffuse nella discografia. John ha nominato la propria compilation di greatest hits "Shaved Fish" facendo, altresì, riferimento alle sardine nel suo "I Am The Walrus." 3. Uova & prodotti caseari Le uova ricorrono piuttosto spesso nei brani. John si è definito an Eggman in "I Am The Walrus" mentre Paul ha intitolato un album "Back To The Egg". Prima di intitolare in maniera definitiva una canzone divenuta, poi, molto famosa - parliamo di "Yesterday"-, avendo difficoltà nel trovare il titolo adatto, Paul la chiamò momentaneamente "Scrambled Eggs". Panna, formaggio e burro sono citati occasionalmente, spesso accompagnati dal miele: è il caso dell'abum "Milk And Honey" di John e "Sour Milk Sea", una composizione di George. 4. Vegetali Di rado i Beatles cantano sui prodotti da orto. Abbiamo "Glass Onion" di John e la "Savoy Truffle" di George. Paul esprime a pieno il suo amore veggie parlano di pomodori, piselli, aglio e insalata in una sola canzone"Cook of the House" dal suo album "Wings At The Speed of Sound" 5. Frutta  Le mele sono il frutto preferito dai Fab4, immortalate nelle canzoni "Apple Scruffs" e "Not Guilt". Prima dell'incisione di "Revolver", George aveva dato a due delle tre canzoni da lui scritte dei nomi che richiamavano alcune specialità di mele, "Granny Smith" (intitolata, poi,"Love You To") e "Laxton's Superb" (divenuta, in seguito, "I Want To Tell You"). Il frutto di John sono ovviamente le fragole - "Strawberries fields forever"- mentre Ringo ha cantato per due volte di pesche - "You're Sixteen" e "Matchbox". Altra frutta beatlesiana: ciliegie (a cui Paul, George e Ringo hanno pagato tributo); banane (che compaiono in due canzoni di Paul); papaya, lime, cocco, ananas e mandarini. 6. Spezie & salse Paul McCartney è il re delle spezie. Nel suo brano "Cook of the House" parla di sale, zucchero, aceto, cardamomo, curry e, ovviamente, pepe. Quest'ultima spezia è stata resa immortale dall'album "Sgt. Pepper"e dal sarcastico  "Mean Mr. Mustard" di John. Per quanto riguarda le salse e le marmellate, John ha cantato di 'marmalade skies' in"Lucy In The Sky" e in "Jam Rag." George, invece, ne fa menzione in "Apple Jam". E' di John la "Cranberry Sauce" menzionata alla fine di "Strawberry Fields Forever". Il miele sembra esser stato uno degli alimenti preferiti dei Beatles, essendo stato menzionato quattordici volte nei vari brani: "Honey Pie" e "Wild Honey Pie" di Paul; "Milk And Honey" di John; "Everybody's Trying To Be My Baby" di George ("Well they took some honey from a tree...") e "Honey Don't" e "Matchbox" di Ringo. 7. Cereali, farinacei, noci & amidi John ha tratto ispirazione da una pubblicità dei cereali Kellogs per il brano "Good Morning, Good Morning" nell'album di "Sgt. Pepper". Un paio di mesi più tardi diceva di vedersi "sitting on a corn flake" nel pezzo "I Am The Walrus." In diverse occasioni John canta di sementi, semolino e grano, mentre Paul ha cantato due volte di riso - incluso "Eleanor Rigby"- e di noccioline una volta in "Drive My Car". Nel film "Magical Mystery Tour" John ha sognato di aver servito a Ringo palate di spaghetti al pomodoro. 8. Dolci John ha parlato di torta al cioccolato in "Ballad Of John & Yoko", George ha canticchiato su una torta di compleanno in "It's All Too Much" mentre Paul ha cantato su una semplice vecchia torta in "Too Many People". Sia John che Paul elogiano le "pie". John preferiva 'marshmallow pies' (in "Lucy In The Sky") mentre per Paul l'ideale è la 'butter pie' in "Uncle Albert" e "Flaming Pie". George ha cantato di paste alla mela e allo zenzero mentre John sognava crema pasticcera e prugne candite. George ha scritto "Savoy Truffle" per White Album, una canzone interamente inspirata a una scatola di cioccolatini inglesi, incluse praline alla panna e al cocco. 9. Bevande varie I Fab Four amavano il vino menzionato in "Norwegian Wood," "When I'm 64" e "Her Majesty". Paul e Ringo hanno osannato lo Strawberry Wine - un vino parlicolarmente Beatle-ish. Ma altre bevande vengono citate nelle  canzoni. John canta di limonata in "Rain" e di Coca-Cola in "Come Together". Paul parla di gin in "Rocky Raccoon" e di rum in "Helen Wheels." Nel film "A Hard Day's Night" (Tutti per uno), 1964, Ringo ordina una mezza pinta di "mild" (una birra inglese leggera). Nel film di "Help!" il batterista ordina "lager and lime". Sempre Ringo parla di whisky nel suo album "Beaucoups Of Blues" del 1970. Da buoni inglesi il té trova una posizione tra le preminenti nella discografia. Nel 1967, quando la band viveva forse il periodo più segnato dall'utilizzo delle droghe , cinque canzoni furono incise in cui veniva menzionata la famosa bevanda inglese ("Lovely Rita", "Good Morning, Good Morning", "A Day In The Life", "All Together Now" e "It's All Too Much") facendo a essa, forse, più riferimento che alle droghe. Beh, con tutte queste citazioni mi è davvero venuta voglia di ... strawberries! [youtube=http://www.youtube.com/watch?v=JzcZttcpYFQ]
Una donna, Simone De Beauvoir

Oggi è l'08 marzo. Non voglio annoiarvi con le solite storie sulla donna e il femminismo, presunto o reale. Voglio solo che questa ricorrenza sia presente su Badingiana attraverso un semplice ricordo, delle note di lettura tratte da due testi della scrittrice francese Simone De Beauvoir. Un punto di vista che condivido pienamente.

"Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l'aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell'uomo: è l'insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna" (Il secondo sesso, 1984) "Papà diceva spesso: - Simone ha un cervello d'uomo; Simone è un uomo -. Però mi trattava da ragazza. Jacques e i suoi compagni leggevano i  veri libri, erano al corrente dei veri problemi; vivevano a cielo aperto: io ero confinata in una nursery. Ma non disperavo. Confidavo nell'avvenire. V'erano state delle donne che per merito del loro sapere e del loro talento s'erano fatte posto nell'universo degli uomini. Ma mi spazientivo del ritardo che mi veniva imposto". (Memorie di una ragazza perbene, 1960)

"Quando il comunismo finì a tavola" di F. Coratelli

Il racconto di trent'anni con ciascuna decade caratterizzata da episodi storici significativi, importanti: si parte con l'omicidio di Aldo Moro per, poi, passare alla caduta del muro di Berlino, arrivare, dunque, ai movimenti no global e, infine, ai terribili giorni della crisi del 2011. Un racconto che parte, dunque, dal 1978 e arriva (quasi) ai giorni nostri: quanto basta per vedere un'Italia, un'Europa e un mondo totalmente cambiati. O ancora, per dirla con l'autore, con tono spudoratamente beffardo, trentatré anni per smettere di mangiare bambini. "Quando il comunismo finì a tavola" di Fernando Coratelli, CaratteriMobili Editore, è un libro simpatico e scorrevole che, con arguta ironia e saggezza, presenta fatti storici di ultima fattura col punto di vista di un italiano che conosce bene la condizione del proprio Paese, sempre sul punto di lanciarsi in un cambiamento radicale che, però, non arriva mai. Fernando Corelli dà vita a una scrittura sciolta e coinvolgente, un racconto (quasi) autobiografico fatto anche di aneddoti più "leggeri" come i mondiali in Argentina, la musica dei Cure e Ufo Robot. Pagina dopo pagina, scorrono gli eventi che hanno caratterizzato i Settanta, gli Ottanta, i Novanta per approdare così al nuovo millennio. Un pianeta completamente cambiato e per giunta in fretta. E' questo l'argomento che viene affrontato in un'enoteca a Milano da uno scrittore quarantenne di origini pugliesi e una giovane giornalista. Davanti a un bel tagliere di salumi e tanto buon vino. Il cibo è onnipresente nel libro perché testimone del cambiamento. Basta guardare la copertina: su un rosa confetto (che definirei "shocking" o meglio "barbie") una "famosa" signora sorridente porta alla bocca un cucchiaio che - al posto del brodo - contiene "falci e martelli".

Il mondo sovietico e la sinistra italiana sono rivissuti dall'autore con tono nostalgico ma anche dibattuto: dai grandi ideali (il lavoro, gli scioperi, la lotta di classe) alla compartecipazione passiva all'attuale crisi. Significativo questo passaggio sugli anni Ottanta: "(...) e non solo, veniamo invasi da una cucina che rappresenta la pochezza, la stupidità dei tempi. La rucola riempie ogni cazzo di piatto, ce la propinano ovunque; le tavole debordano di penne alla vodka, di tortellini alla panna e prosciutto, panna e piselli, panna e limone, panna e cazzi. Scoppia la moda delle tartine al caviale o allo storione per chi non può permettersi quelle schifose ovette nere. Vodka, panna, salmone, caviale - tutta roba appannaggio russa, capisci? Nell'epoca in cui l'impero sovietico si sfalda gli si dà il colpo di grazia servendo a tavola, a mò di trend, robaccia loro. E noi smettiamo di mangiare pizza margherita, pasta al forno e orecchiette al ragù. La società dell'immagine prende piede pure a tavola: non vuoi provare queste penne alla vodka? Guarda come si presentano bene. Da un lato ci rimpinziamo di merda a stelle e strisce, cheeseburger, ketchup e maionese, dall'altro ci illudiamo di essere raffinati con tristezze baltiche innaffiate di vodka. E su tutto impera la rucola". Non è forse vero? Vi ricordate quante farfallette al salmone e tortellini alla panna e prosciutto mangiavamo negli anni Ottanta? E il ketchup non faceva, forse, ingresso nelle case degli italiani? Adesso, invece, è il momento del sushi e sashimi... Ma dietro a tanto cibo c'è pur sempre una riflessione sull'evoluzione (triste) del pensiero di sinistra. "Questa è l'Italia di oggi, forse l'intero Occidente. Questo è il mondo floscio plasmatosi nel marshmallow degli anni Ottanta: abbiamo cominciato a nutrirci di junk food affogato in ketchup e maionese, poi abbiamo fluttuato nelle mode etniche, dal cinese al giapponese, fino ad arrivare allo slow food che combatteva le multinazionali del junk food che mangiavamo prima, per poi scivolare da fighetti nelle enoteche a degustare vini. Tutto questo mentre dalla alte sfere lobbistiche si preparavano, si sistemavano e infine assestavano l'inculata galattica: la crisi globale e finanziaria che aumenta a dislivello la forbice tra ricchi e poveri. E la sinistra che faceva? Inebetita frequentava salotti, assaggiava sapori della terra e scambiava ometti con il golfino per amichetti con cui andare a cena". Beh, freschi di nuove elezioni, ci sarebbero molte altre considerazioni da aggiungere. Sperando in un miglioramento generale nel mondo e, soprattutto in Italia, mi limito solo a ricordare un film e, in particolare, una deliziosa scena che ritraeva una nazione che oggi non esiste più: [youtube=http://www.youtube.com/watch?v=2fjdkD-Ay1Q] Il libro: Fernando Coratelli, Quando il comunismo finì a tavola, CaratteriMobili editore, pp.125 Il film: "Caruso Pascoski di padre polacco" di Francesco Nuti, 1988
J.M.G. Le Clézio, Il verbale

Questa è la mia prima esperienza di lettura di J.M.G. Le Clézio. Ho voluto assaporare la bellezza di una scrittura aitante nella sua versione originale, direttamente in francese. E proprio in questi giorni sto leggendo "Le procès verbal", primo romanzo del Premio Nobel francese, pubblicato in Italia col titolo "Il verbale" dalla casa editrice "DuePunti Edizioni". Si tratta di un'opera sublime, che risulta piacevolissima agli occhi di chi sa leggere, alle orecchie di chi ama ascoltare il suono di parole mordaci e alle lingue che amano leggere un paragrafo, un rigo a voce alta. Il primo romanzo pubblicato con la casa editrice Gallimard nel settembre del 1963 dall'allora giovane ventritreenne scrittore.

Al centro del libro troviamo Adam Pollo, un disertore, un uomo che non ricorda se è uscito da un manicomio, oppure, se è reduce di guerra. Un uomo che ha deciso di vivere nell'illogicità, nel disordine della natura e nella sua infinita contemplazione, nei flussi di una cosciente incoscienza, nella smisuratezza dell'irreale. Cioè, ha deciso di vivere la vita tale e quale, rimanendo lontano dalla comunità, guardando la gente da una villa abbandonata sulla costa. Ha deciso di vivere di sole, mare e tanta contemplazione. Gli argomenti di Adam - tra i più svariati e quasi stralunati - tenderanno a confondere il lettore avvezzo alla logica e alla sua linearità. Non ho ancora finito di leggere questo romanzo; mi sto lasciando ubriacare da una scrittura sinuosa, avvolgente, vivace, fredda e bruciante. Perché, per dirla con Le Clézio, "scrivere e comunicare significa essere capaci di far credere non importa cosa a non importa chi. Ma non è attraverso una serie continua d'indiscrezioni che si arriva a scuotere il baluardo di indifferenza del pubblico". Voglio proporre alcuni pezzi che mi hanno particolarmente colpita. Appunti di lettura tradotti dal francese: Sul ragionamento dialettico: "(...)  sì, in questo sistema di ragionamento che non si occupa di esperienze, occorre solo che tu mi dica, "Che ore sono?" perché io traduca: "Interrogazione di specificità partecipe di una falsa concezione dell'universo dove tutto è catalogato, classificato e dove si può scegliere come in un cassetto che qualifica un oggetto con adeguatezza. Ora, il tempo, nozione astratta, è divisibile in minuti e in secondi che aggiunti a un numero infinito di volte producono un'altra nozione astratta chiamata eternità. In altre parole, il tempo comprende il finito e l'infinito, il misurabile e l'immisurabile; contraddizione, dunque, nullità dal punto di vista logico. E'? L'esistenza: ancora una parola, un antropomorfismo rispetto all'astratto, nella misura in cui l'esistenza è la somma delle sensazioni sinestetiche di un uomo". Sulla natura: "Adam correva adesso al centro di un panorama di ferro, non morente, ma profondamente in vita, d'una animazione chiusa che deve tradursi in correnti o bolle, a cento metri sotto terra; la crosta verniciata del mondo sembrava un cavaliere che si era addormentato nella sua corazza, immobile, ma posseduto da una vita in potenza, che fa sì che il riflesso glaciale voglia dire sangue, volontà, arterie e cervello. Un fuoco senza fumo, un fuoco elettrico covava sotto il suolo nero. E di questo fuoco, la scorza della terra prendeva la potenza intera, al punto che sembrava che queste rocce, questi mari, questi alberi e queste arie bruciassero ancora più forte, erano le fiamme d'una natura pietrificata". Sulla metafisica: "Ecco come fare metafisica davanti a dei cappuccini, o a letto con una donna, o davanti a un cane schiacciato per strada, con gli occhi usciti dalle orbite e il ventre scoppiato che lascia fuggire un'onda di budella con mousse di sangue e bile". Un delirio. O semplicemente letteratura. J.M. Le Clézio, "Le procès-verbal", Editions Gallimard, 1963, 315 pp.