"Chicago" di 'Alaa Al-Aswani

Secondo l'immaginario collettivo, l'immigrato è colui che proviene da un paese più povero e difficile del proprio. Il ricordo di vecchie valigie tenute insieme da uno spago è in bianco e nero e, di certo, non può essere associato ai protagonisti del romanzo "Chicago" (2008) dello scrittore 'Alaa Al-Aswani. Sì, perché gli uomini e le donne egiziani che si muovono tra i capitoli di questo libro sono preparati, laureati e ambiziosi. Non sono poveri e piangono la lontananza da casa. Vogliono solo migliorarsi in un paese straniero che offre adeguati mezzi ai più meritevoli. Ma non sono egoisti: il loro obiettivo è quello di ritornare in patria e lì investire il loro sapere. Dopo "Palazzo Yacoubian", "Chicago" è il secondo romanzo dello scrittore egiziano, pubblicato in Italia da Feltrinelli. I due libri ripropongono la stessa struttura: la narrativa corale, eredità lasciata dal Premio Nobel Naguib Mahfuz, e l'unicità del riferimento spaziale (nel primo romanzo era l'omonimo palazzo mentre in "Chicago" è la residenza universitaria). "Chicago" racconta la vita di giovani laureati in medicina vincitori di una borsa di studio destinata all'approfondimento scientifico e alla ricerca di natura accademica presso la prestigiosa Illinois Medical School di Chicago, USA. La scelta di questa città (e questa università) non è affatto casuale: 'Alaa al-Aswani ha dato i primi passi da dentista (anzi, i primi colpi di trapano ... direi! :)) proprio qui.

 

Siamo all'indomani dell'11 settembre. Il personaggio principale è Nagi 'Abd al-Samad, studente in medicina arrivato in Illinois per completare la sua formazione in istologia. In verità, Nagi è un poeta ma, come lo scrittore, capisce che in Egitto  non si può vivere di arte e così si lancia nella professione medica. La sua poesia/vita è engagée e ben presto il suo credo politico lo spingerà a essere il capo del gruppo degli immigrati di opposizione, accanto a un chirurgo copto ormai affermato e residente a Chicago da anni. Leggiamo la sua esperienza americana proprio dalle pagine del suo diario che lo scrittore inserisce con dovizia, lasciando il lettore spesso in suspence - trucco assai ben studiato! Gli altri personaggi, invece, dibattono sui tabù in Egitto e negli USA; le tematiche sono tra le più diverse: aborto; discriminazione razziale, religiosa e di genere; corruzione; droghe; sesso ... Accanto a dottorandi in medicina, troviamo anche medici e docenti egiziani che vivono negli USA ormai da tempo, ma che non hanno mai dimenticato la loro terra di origine. Questi personaggi sono i portavoce dello stridore culturale più acuto tra i due Paesi, ma anche della tristezza nel condurre la propria esistenza - segnata da una carriera professionale ambiziosa e brillante - da straniero in terra straniera. Shaymaa, un'eccellente studentessa, trentenne e single, vive lo shock culturale ritrovandosi presto in una profonda crisi di identità. Vive col collega Tariq una relazione amorosa non proprio romanzata. Tariq è un giovane borghese egiziano scappato via dalle responsabilità familiari e formali impostegli dalla madre e dai parenti in Egitto. Riluttante in un primo momento all'idea di stare con Shaymaa, cambia di colpo atteggiamento scoprendosi innamorato della ragazza. Poi, però, la gravidanza di lei lo farà ritornare allo stato di riluttanza d'origine. Ra'fat è un docente egiziano con passaporto a stelle e strisce che, dopo aver "ripudiato" il suo background, ritorna sui suoi passi: non potendo accettare l'estrema e sbandata indipendenza della figlia che va a vivere con un artista che la inizierà alla droga, sentirà il peso di tanta "libertà". Il dott. Salah, invece, dopo anni e anni di matrimonio, dovrà accettare che nei confronti della moglie americana Chris non sente nulla, non ha mai provato nulla, avendola sposata solo per la cittadinanza. Anche i personaggi americani sono colti nella loro complessità; ad esempio, John Graham è il classico sessattontino, ricco di valori positivi, legato a Carol, giovane donna afroamericana che non riesce a trovare lavoro a causa del colore della sua pelle. Alla fine, accetterà di posare come modella per biancheria intima. La prosa dettagliata di "Chicago" è assai interessante; lo scrittore è riuscito a tessere una trama ricca e per nulla noiosa, proponendo un tema di straordinaria attualità, vivere da arabo negli USA all'indomani dell'11 settembre. Ho letto il romanzo tutto di un fiato; la traduzione in italiano è sciolta e la trama ben articolata nonostante la ricchezza dei dettagli (aspetto positivo), qualche personaggio venuto meno bene (il dr. Ahmad Danana è il personaggio che rappresenta la corruzione e la meschinità, insomma, è la mela marcia. A tratti, però, il racconto della vita di Danana risulta assai impacciato) e qualche soluzione narrativa piuttosto naive. L'attenzione al dettaglio non è stata apprezzata da alcuni critici che vedono 'Alaa Al Aswani più come cantastorie piuttosto che come scrittore. Credo che un giudizio del genere sia ingiusto; non è uno dei miei romanzieri arabi contemporanei preferiti, ma ha il merito di aver scritto sull'Egitto odierno in modo interessante, ma soprattutto intelligente. Altrimenti, non si spiegherebbe il grande successo di vendite del suo primo romanzo "Palazzo Yacoubian"(2006), tradotto in una ventina lingue (si dice, addirittura, che abbia venduto così tante copie da guadagnare il secondo posto subito dopo il Corano ...), da cui è stato tratto anche un film. Quello che, invece, non amo della scrittura di Al-Aswani è proprio la tecnica della coralità; in questa forma narrativa sento troppo il peso di Mahfuz che portò il romanzo arabo sotto i riflettori internazionali anche grazie alle sue "rivoluzioni" stilistiche (pietra miliare della narrativa araba contemporanea ... chapeau, Maestro!). Leggendo "Chicago" ho avuto a tratti la sensazione di rilegge "Miramar" e "Vicolo del Mortaio" ... Se, dunque, 'Alaa Al Aswani è l'erede del Premio Nobel per la scrittura realistica, di cui la coralità rappresenta uno dei tratti principali, auspico che possa personalizzarla adottandola a dei contenuti, comunque, originali e attuali. Al Aswani scrive dell'Egitto, ne racconta le complesse vicende politiche e sociali, fotografa la strada e la narra in modo preciso e dettagliato. E' riuscito a trattare nei suoi romanzi tematiche considerate tabù anche dal cosiddetto "Occidente civilizzato", come ad esempio l'omosessualità e l'emancipazione sessuale femminile ... Non c'è dubbio che Al Aswany sia in grado di trattare il realismo attingendo dalla sua contemporaneità, l'Egitto del XXI secolo (così diverso dal Paese di Mahfuz!), ma - a mio modestissimo avviso - dovrebbe rivisitare in termini contemporanei anche questo aspetto stilistico smaliziandosi nella costruzione e conseguente definizione dei suoi personaggi. Per concludere "Chicago" è un testo da leggere, soprattutto se si ama il ritratto come tecnica di rappresentazione. Ma non solo: può essere utile per vedere - con gli occhi di un arabo - l'occidente e le sue contraddizioni.

'Alaa Al Aswany,  "Chicago", Feltrinelli editore, Collana I Narratori, traduzione dall'arabo di Bianca Longhi, pagine 310