"In the kitchen", Monica Ali

Quando ho cominciato a organizzare il materiale per Badingiana, avevo programmato di scrivere su questo romanzo. Poi, però, ripensando a tutto il tempo che il libro ha stazionato sul comodino della camera da letto, sulla scrivania dello studio o sul tavolino del salotto ho cambiato idea. Oggi, invece, sono tornata sui miei passi: anche se è un brutto libro - parere personalissimo - bisogna comunque parlarne. Me ne sono convinta in automatico visitando il blog di un collega che - presentando i propri contenuti - asseriva di voler parlare solo dei romanzi interessanti. Io non sono molto d'accordo. Le nostre librerie traboccano di libri vuoti, stupidi, mediocri ... Come traduttrice letteraria ed editoriale mi sento a volte oltraggiata! Perché non affrontare il problema di romanzi per nulla entusiasmanti?

Il fenomeno, però, appare ben più complesso: se da una parte esiste un problema commerciale (il libro è un prodotto e deve essere venduto a più persone possibili, anche a chi non sa come sono fatte le librerie o a chi non apre un libro dai tempi della scuola), dall'altra possono esistere ragioni più profonde,  "tecniche", legate direttamente allo scrittore (o al traduttore). Per questa ragione non mi sento di definire "In the kitchen" un romanzo vuoto e stupido tout court ma, di sicuro, non è una scrittura coinvolgente. Si tratta di un'opera assai noiosa; altrimenti, non si spiegherebbe come mai abbia cominciato a leggerlo ad agosto - con la scusa delle ferie estive - per finirlo a dicembre ... davvero un lungo periodo ... intervallato da altre letture, giusto per "riprendermi" un poco. Vale la pena sottolineare che si tratta di un giudizio personalissimo; di contro, sarei felice nel confrontarmi con qualcuno che la pensa diversamente da me. Ma andiamo alla trama: Gabriel (Gabe) è capo chef presso l'Imperial Hotel di Londra. Lavora nella cucina di questo albergo coordinando un team variopinto dal punto di vista etnico. Gabe sta programmando di mettersi in proprio gestendo un ristorante con degli altri soci, realizzando così il sogno di una vita. Sentimentalmente legato a una cantante di night club, Charlie, ragiona su una potenziale vita insieme alla sua compagna. Progetti che vanno in aria nel momento in cui viene ritrovato nei sotterranei della cucina il corpo senza vita di Yuri,  un ragazzo ucraino che lavorava come garzone per lo stesso hotel. La vita di Gabe ne risulta scombussolata. Da sempre in un equilibrio precario, proprio quando alcuni passi importanti lungo il corso della propria esistenza sembravano ormai essere già fatti, il protagonista viene a ritrovarsi in un turbinio di accadimenti sconvolgenti. Ecco che compare Lena, la ragazza ucraina con cui intesserà un rapporto carnale, frutto di una mera attrazione fisica piuttosto che di amore. Gabe entra in un turbinio di vicende che lo porteranno in conflitto con l'attuale posto di lavoro e  i propri superiori coinvolti in affari loschi; scoprirà il cancro del padre, la malattia della madre, la fragilità della sorella; romperà bruscamente con la compagna a seguito dell'apparizione di Lena e si ritroverà a lavorare nei campi di cipolle e a dormire insieme a molti immigrati senza permesso in un casolare per pochi spiccioli... L'argomento di partenza, la materia grezza, esiste. Così come ci sono anche altre tematiche interessanti che compongono il corollario narrativo del testo: il melting pot londinese (tema assai caro a Monica Ali, nata a Dhaka da padre bengalese e madre britannica, che in "Brick Lane" assume un ruolo chiave - seppure abbia il testo in lingua originale non l'ho ancora letto!), il lavoro e le terribili condizioni per i sans papier, il razzismo degli inglesi, etc. Strategica la scelta della cucina come scenario in cui far muovere Gabe (diciamolo pure: parlare di cibo e chef è di moda! E, soprattutto, vende...). Eppure il testo non funziona. La noia ci accompagna tutto il tempo; i personaggi appaiono distanti e, soprattutto, antipatici. Ma attenzione: il romanzo consta "solo" di circa 590 pagine! Tastando il polso del web su questo libro, ho trovato una recensione assai intelligente con cui, a tratti, sono d'accordo. Voglio riproporre alcuni passi per inquadrare ancor meglio il romanzo e comprendere perché non sia un'opera riuscitissima. Ecco cosa scrive Katherine A. Evans per thecriticalflame.org: "Dalle primissime pagine del romanzo, Ali rende difficile il rapporto del lettore con il protagonista che, all'età di 42 anni, è ancora in attesa che la vita abbia inizio. L'incapacità di Gabe di coordinare lo staff dell'hotel sembra contaminare la vita personale del protagonista  con lentezza e vigore mentre il lettore assiste a diverse scene dal gusto fortemente negativo. Dal momento in cui il protagonista viene colpito da un alquanto bizzarro collasso, il lettore abbandona ogni tentativo di identificarsi con lui o provare empatia. Il romanzo prende una piega zigzagante e priva di direzione, proprio come la vita disgregata di Gabe, mentre l'improvviso cambio di scenario che alloca il racconto in una piantagione di cipolle appare tanto bizzarro come la linea narrativa." "Ali sembra fare degli sforzi incredibili per abbracciare l'intero paese e tutti i suoi abitanti. Ciò appare evidente quando l'autrice inizia a narrare una serie di storie brevi: la vita in un hotel di Londra; un quarantenne in lotta col proprio passato mentre il padre muore di cancro nell'Inghilterra settentrionale; l'estremismo delle condizioni del lavoro nero nel paese. Alcuni di questi aneddoti funzionano meglio di altri (le scene in cui Gabe si trova nella cittadina natia di Blantwistle sono tra le più interessanti), ma con l'apparizione simultanea di molte scene il romanzo perde la continuità e il tentativo di Ali di chiudere il romanzo con l'idea della vita come normale status quo sembra assurda rispetto al contesto." E' vero: la descrizione delle scene di fanciullezza di Gabe risultano interessanti. Sono dei quadretti ricchi di dettagli e legati all'immagine di una nazione che non esiste più, forte di una tradizione industriale tessile che ha fermato ormai i telai, gettando nella crisi occupazionale numerosi centri abitativi formatisi a ridosso delle industrie. "E' un peccato, davvero, perché il punto di vista della Ali è tanto importante quanto interessante. Come nel precedente lavoro ("Brick Lane", n.d.t.), che differisce in modo significativo nella trama e nello scenario di riferimento, ma non nelle tematiche, "In the kitchen" è un tentativo di dedicarsi all'idea dell'io e dell'identità all'interno del mondo multiculturale." Anche la lingua perde fluidità - ma non è colpa della traduttrice (anzi, mi rendo conto della difficoltà nel lavorare con un testo così critico): "Ali tenta di originare un melting pot linguistico mentre gli accenti regionali inglesi si miscelano alla parlata caraibica, al francese e al bielorusso. Ne consegue che i personaggi vengono fuori con un linguaggio che risulta, alle volte, assurdo e persino leggermente offensivo". Per concludere, "I temi della terra natia e dell'identità appaiono ancora interessanti (rispetto a Brick Lane, n.d.t.), ma qui la trattazione è sbagliata". Monica Ali, In the kitchen, Il Saggiatore, 2010 - traduzione di Grazia Gatti ISBN 978-884281598-3