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Impressioni di settembre

Un sabato pomeriggio. Grigio e nuvoloso.

Un classico della letteratura francese e un tè Earl Grey, il mio preferito, in una mug comprata qualche anno fa in Essex. Un motivo in testa. [youtube=http://www.youtube.com/watch?v=O0JNhd9Hhpc]
"Cose che puoi fare con un barattolo di zuppa Campbell" di Brock Adams

Non bisogna essere particolarmente appassionati di arte per collegare la raccolta del giovanissimo scrittore Brock Adams all'opera di uno dei più conosciuti artisti a stelle e strisce, Andy Warhol. Anzi, l'avevo proprio in mente quando ho comprato la copia del libro.

Diciamolo pure: la scatola di questa zuppa è proprio uno dei simboli USA al pari della Nutella per l'Italia. E io - pagina dopo pagina - volevo proprio sapere di più su questo Paese, amato e odiato, da sempre in un dicotomico equilibrio tra l'approvazione e l'ammirazione planetaria e la critica globale più feroce.

Al pari dell'opera di Warhol, questo libro mi ha colpita. Una raccolta di 17 racconti scritti con uno stile fresco e genuino. Un punto di vista particolareggiato dell'individuo colto nella sua ordinaria vita. Coinvolgente e acuto, freddo e appassionato, ciascun racconto esamina quel tocco di straordinarietà, quell'incontro casuale, quella solitudine avvertita all'indomani della scomparsa di un caro che tramutano il corso della quotidianità dirigendolo con sobbalzi emotivi e vicende straordinarie in un versante sconosciuto seppure profondo e misterioso. Guardai la folla e pensai al satellite, alieno e ragnesco, che scivolava senza rumore cento miglia sopra le loro teste, con l'otturatore della macchina fotografica che scattava silenzioso sopra la lente. Mi chiesi se il satellite intralciasse le preghiere della gente, ingarbugliandole nella loro strada per il cielo. Forse Dio sentiva solo un brusio continuo. Un caleidoscopio intimamente umano: Con Ustione assistiamo alla "scomparsa" surreale di un uomo; la separazione di una coppia viene raccontata sullo sfondo di un Golfo; ci imbattiamo nelle paure di un padre con Fragile; il Freddo famelico avvilupperà le nostre ossa, mentre Cose che puoi fare con un barattolo di zuppa Campbell darà una sferzata di ossigeno alla creatività a volte imbetita; con Vacanza assisteremo a un amore finito (ma sarà mai cominciato?); sono, invece, di un ragazzo i pensieri di Gente che non vedrò mai più; Audace è il nome di una giovane senzatetto; con Google Earth siamo parte del mondo... oppure, no?; Fantasmi sul fiume evoca Horace e i suoi occhi "scuri e vuoti"; Cima e la conta di un uomo anziano; chi l'ha detto che per fare certi lavori occorre il sangue freddo di un Segugio?; un nonno e Una battaglia dei pollici; del tradimento, dell'amore e della scoperta della Scozia in Luce nel freddo; un cliente inquietante in un fastfood in Molto speciale; prove di un funerale in Ceneri su St. Andrew; un "maledetto" hippie in Azzurra oscurità del mattino. Un vero e proprio ritratto (poco conosciuto) dell'America del Ventunesimo secolo, intimo e personale, semplicemente umano. L'autore - un giovanissimo docente  alla University of South Carolina Upstate - promette bene: uno stile di scrittura impeccabile, tagliente. Brock Adams, Cose che puoi fare con un barattolo di zuppa Campbell, Round Robin Editrice, 2009 - traduzione dall'inglese di Davide Martirani. 
"Gli alberi e l'assassinio di Marzùq" di ‘Abd al–Rahman Munif

Scorre lungo i binari trascinando seco le tappe che la contraddistinguono. Minuscole particelle – chiamati attimi – che formano un corpo imprevedibile. La vita, semplicemente. Nel romanzo Gli alberi e l’assassinio di Marzùq senti il fischio del treno. Senti il corpo sobbalzare ai movimenti del mezzo. Vedi sbuffare la locomotiva e vedi due uomini seduti, l’uno di fronte all’altro, che chiacchierano e bevono ‘araq, liberando un odore così pungente da impregnare lo scompartimento.   Uno dei due scende al confine e lascia l’altro passeggero a pensare dinanzi a dei libri in arabo e francese. Solo. Intanto, i pensieri scorrono. I racconti fluiscono. Lungo il binario dell’esistenza. Due occhi dietro al finestrino fissi, vuoti. Ovvero, colmi di un flusso narrativo denso che non trova le parole, ma si libera nello spazio della mente fino a impazzire. Pubblicato in lingua italiana nel 2004 dalla casa editrice sarda Ilisso, il romanzo vede la sua nascita circa trent’anni prima, nel 1973. Un unico genitore, ‘Abd al – Rahman Munìf (1933-2004), di nazionalità araba, come amava definirsi. Già conosciuto dall’editoria italiana al momento della sua pubblicazione con All’Est del Mediterraneo (1993) e Storia di una Città (1996), Gli alberi e l’assassinio di Marzùq precede il noto Città di sale (2007). Eppure è il primo romanzo di Munìf che, fino a quel momento, si era occupato solo di questioni economiche e di petrolio. L’opera si articola attorno a un incontro durante un viaggio in treno. Lo spostamento, il forzato nomadismo, l’esilio, l’abbandono della terra natia: l’autore ne conosce bene i dolori e le tristezze, costretto dalla vita a spostarsi in lungo e in largo su tutto il Medio Oriente, non tralasciando neppure il Mediterraneo occidentale, ovvero, la ex Jugoslavia, dove si è dottorato, e la Francia, dove ha vissuto in esilio. Questa è la vita infelice dell’intellettuale: un costante movimento che porta l’individuo, sradicato dalla propria terra, a un vortice costante, in solitudine, senza affetti né punti fermi a cui tendere. Parlare sempre agli sconosciuti: Ulisse senza fama, eroi della modernità in perpetuo movimento, senza più né Itaca né Penelope che li aspetti, schiacciati dalla paura e dalla sconfitta, si ritrovano casualmente sullo stesso treno e narrano le loro storie in un modo coinvolgente e peculiare che li rende diversi dal resto dell’umanità. Prima parte. Elyas, cristiano. Una vita difficile, fantasiosa, da certi punti di vista, ostacolato da sempre dalla società che gli si rivolta contro. La sua esistenza è un continuo tendere a degli affetti, una moglie e un asino, cessati di vivere. La distanza che li separa, la vera ragione di tale lontananza che provoca dolore e tormento, è uno sgarro fatto alla Natura. Seconda parte. Ed ecco Mansùr. L’intellettuale, musulmano. Ex docente universitario tagliato fuori dalla società per le sue idee, oggi interprete per una missione archeologica. Semplicemente contro. Contro l’ipocrisia e l’ambiguità; la volgarità e la stupidità; l’ignoranza e la ricchezza smodata; la patria e i luoghi comuni. Un tema, quello dell’intellettuale, che lo scrittore, di padre saudita e madre irachena, riprende più volte nella sua produzione letteraria. Contro le dittature del mondo. Per l’intima bellezza dell’uomo. Consapevolezza della sua fragilità. “Non c’è bisogno che vi racconti tutto di me: sono una persona comune che non merita l’interesse di nessuno. Somiglio, nei tratti del viso e nel modo di vestire, a un numero incalcolabile di persone. Ma ciò che mi distingue dagli altri, e che io difendo con le unghie, è il mio mondo interiore … e qualche volta la mia libertà. Probabilmente ai vostri occhi sono insignificante, ma non mi importa, io sono felice lo stesso, perché dentro di me sento una vocina sommessa, che non mi stancherei mai di ascoltare, che mi dice in continuazione: “Rifiuta questo insulso mondo dalla doppia morale seducente, tieniti alla larga e, se puoi, fai in modo di cambiarlo!”. Munìf ha conosciuto la nostalgia dell’esilio, l’amarezza della nazionalità revocata, il rumore delle bombe su Baghdad e le violenze della prigionia. E dalla Francia è ritornato da arabo fra arabi, in Siria, dove è morto, per narrare l’Est. Anche se “La patria è come una fascia nera che chiunque può mettersi al braccio”, l’attrazione verso quel centro di gravità è perenne. Viene proprio voglia di saltare su quel treno, con il libro sottobraccio. Magari per andare a Tayyiba perché lì “Se un giorno dovessi venire, chiedi di Elyas Nakhla e ti mostrerò ogni cosa”. 'Abd al-Rahman Munif, "Gli alberi e l'assassinio di Marzùq", Ilisso, 2004, traduzione dall'arabo di Maria Avino e Isabella Camera d'Afflitto.  

La mia Siria

(Questo post è stato pubblicato nel 2013 in un mio blog oggi non più esistente. Ho preferito non aggiornarlo lasciandone intatto il fiume di pensieri. La lunga guerra in Siria non è finita né abbiamo ricevuto notizie su P. Paolo Dell'Oglio cui dedico questo post)

La Siria è un Paese a me molto caro dove ho studiato arabo tra il 2003 e il 2004. All'epoca stavo completando la mia formazione universitaria con un soggiorno linguistico, in parte, sostenuto da una borsa di studio ministeriale. Ho frequentato un corso di lingua e ho fatto ricerche destinate alla mia tesi di laurea che - manco a dirlo! - traeva spunto proprio da quella regione mediorientale. Ho trascorso a Damasco cinque mesi ed è stata un'esperienza indimenticabile, unica. Per chi studia lingue straniere soggiornare all'estero è la norma. Di fatto, in quegli anni ero sempre con la valigia in mano cambiando di volta in volta destinazione e vivendo esperienze meravigliose di lavoro, studio e viaggio. Ma la Siria mi ha dato molto più della Francia, dell'Inghilterra e della Tunisia. Ecco perché sono profondamente addolorata per ciò che ormai da mesi e mesi avviene in quel Paese. E per ciò che noi "occidentali civilizzati" compieremo in nome di norme internazionali democratiche e pseudo-valori. In questi giorni di struggente nostalgia e amarezza ho ripreso un libro che in verità avevo già letto due anni or sono, La città che profuma di coriandolo e di cannella, di Marie Fadel e Rafiq Schami, edito da Garzanti.  Si tratta di un testo che, a prima vista, potrebbe risultare poco convincente e noioso. Qualche altro blogger ha pubblicato commenti di diversa natura su questo libro che certamente non è facile per chi non ha mai visitato Damasco e, in genere, la Siria. Non è un libro di ricette tout court, né una guida turistica. Piuttosto, è una passeggiata culinaria, arricchita di aneddoti e curiosità, specialità del luogo e nostalgia (ancora lei!).

 Risultati immagini per M.Fadel, R. Schami, "La città che profuma di coriandolo e di cannella,

Marie Fadel e Rafiq Schami sono fratelli. Mentre la sorella vive a Damasco, Rafiq Schami è esiliato in Germania dove scrive romanzi in lingua tedesca tradotti in 21 lingue. Autore di best seller rinomati anche in Italia quali Il lato oscuro dell'amore, La voce della notte e L'amante di Damasco, Rafiq Schami racconta il suo incondizionato amore verso il paese natio e la cucina nel capitolo introduttivo al libro, nonché del rapporto dell'arte culinaria con la scrittura: "Chi cucina si deve confrontare con la realtà. Dopo lunghe fasi di scrittura, durante le quali mi immergo interamente nel mondo delle parole, per me si tratta di una sfida indispensabile. Tuttavia non è soltanto per questo che la cucina è così affascinante e strettamente imparentata con la scrittura. C'è un'analoga tensione tra prodotti di base neutrali (carta e inchiostro in un caso, carne, verdura o pesci crudi nell'altro) e il sogno di un prodotto finito capace di mandare in estasi i suoi fruitori." La cucina è definita dalla scrittore damasceno come un espediente per ritrovare la tranquillità interiore e, in qualche modo, sentirsi a casa: "Cucinare mi ha sempre aiutato a ritrovare la pace perduta, a riordinare i pensieri, ripulendoli di tutta la spazzatura accumulata". Il libro nasce da questa grande passione e dalla volontà di raccontare il proprio Paese e le sue specialità gastronomiche attraverso, però, la voce della gente del luogo. Un progetto editoriale interessante ma ostacolato in primis dall'esilio di Schami: Marie Fadel si propone così di fare le ricerche in loco, di andare a trovare parenti e amici e trascriverne le ricette. "Insomma, io sarò il tuo sguardo a Damasco e tu il mio traduttore e assaggiatore in Germania. Allora, che ne dici?". In Siria ho mangiato divinamente. Damasco è la città dei 100 antipasti, mentre Aleppo ha una cucina prestigiosa che unisce la tradizione siriana con gli espedienti turchi e armeni. Ho frequentato ristoranti, venditori ambulanti e pasticcerie con la stessa curiosità e lo stesso interesse riservati ai monumenti e alle biblioteche. Praticamente ho mangiato di tutto... d'altronde, un Paese va visitato e conosciuto anche a tavola. "Io sono un cristiano, ma ho una coltura d'impronta araba e islamica e, dopo un approfondito studio di Gesù e Maometto, posso affermare che, a differenza dell'asceta rivoluzionario Gesù, Maometto è un grande esperto di cucina e dei piaceri della vita. (...) Questa ben radicata eredità culturale del piacere mi ha insegnato la differenza tra il bisogno di saziare uno stomaco affamato e un possibile diletto". Sono stata più volte nel quartiere cristiano di Damasco e ho conosciuto i vari culti che hanno lasciato di stucco la mia omogenea preparazione cattolica. Si fa presto a dire "cristiani"! Damasco è la città della conversione di Paolo e della testa di San Giovanni Battista custodita nella Moschea degli Omayyadi, luogo sacro islamico dove si erge il minareto da dove Gesù giudicherà l'umanità in tempi apocalittici.  Una città unica che ha accolto - e continua a farlo - moltissime culture. "E' questo il segreto principale di quell'antichissima città. Il suo volto è formato dalle persone che ci hanno vissuto, ma i loro colori si rivelano soltanto agli occhi degli intenditori. Da sempre Damasco si è contraddistinta per una particolare gentilezza nei confronti degli stranieri. Questi ultimi la percepiscono, ma in genere il motivo di tale gentilezza resta un mistero per loro". Credo, in verità, di comprendere l'individualità di Damasco dal momento che anche la mia terra natia - la Sicilia, of course! - è stata terra di incontro di ogni popolo e lingua, riservando allo straniero la stessa attenzione e gentilezza che ho riscontrato nei siriani. Tra kebbeh di agnello e caffé al cardamomo, hummus e fattush, datteri ripieni e polposissime mishmish, ush al-bulbul e involtini di foglie di vite ripieni di carne, sa'tar con olio evo e ful si svolge questo tour riportando al mio palato ricordi meravigliosi di una città e con lei di un Paese oggi dilaniato da armi indicibili e interessi di varia natura. Il mio pensiero va anche a Padre Paolo Dell'Oglio che proprio allora mi diede una mano nella scrittura della mia tesi incentrata sul monachesimo siriano e i rapporti con l'Islam. Non potrò mai dimenticare le surreali conversazioni su Platone, Aristotele e Massignon, i momenti di preghiera nella cappella di Deyr Mar Musa, le ricerche in biblioteca e il carisma di questo grande uomo. Questo post, di certo, non contribuirà a ristabilire la pace e dare un assetto democratico alla Repubblica Siriana, ma esprime tutto il mio personale affetto verso questa nazione e l'incondizionata solidarietà a un popolo che mi ha, a suo tempo, accolta con estrema gentilezza, ai miei amici siriani - ormai sparpagliati per il mondo -, ai tanti uomini e donne che ho incontrato, al grande contributo alla storia della civiltà mediterranea dato dai siriani di ogni tempo e cultura.   M.Fadel, R. Schami, "La città che profuma di coriandolo e di cannella, Garzanti, 2010 - traduzione dal tedesco di Paolo Scopacasa. 

Una passeggiata nel mercato di Bassora

"Amakin harrah" (pubblicato nel 2006 dalla casa editrice libanese Al-Adab) è un romanzo dello scrittore iracheno Janan Jassim Hallawi, autore del tutto sconosciuto nel panorama letterario internazionale in lingua italiana. Il  tessuto narrativo si sviluppa attraverso il racconto di storie di diversi personaggi che, pur partiti da luoghi e città differenti o trovandosi in contesti urbani e sociali totalmente diversi gli uni dagli altri, , nel corso del tempo, si ritrovano a Bassora, città natale dell'autore. La complessità narrativa del romanzo rispecchia a piè pari la complessità del Paese. I personaggi principali, infatti, sono rappresentanti delle varie comunità presenti nel territorio iracheno; un'eterogeneità culturale che ha arricchito il Paese nel corso dei secoli attraverso le differenti specifiche culturali e religiose: Khadayar, Badariyya e Himdàn (cristiani); Mustafà (curdo, sunnita); Fatima e Yasìn (sciiti). Una pluralità che si rispecchia nel titolo: "Amakin Harrah" (Luoghi caldi), ovvero, luoghi,  spazi comuni e privati infuocati. Il dramma storico che attanaglia la nazione investe ogni angolo della propria vita quotidiana incenerendo la speranza e ogni minimo frammento di pace e tranquillità. La trama di questo romanzo si arricchisce, altresì, di particolari storici significativi che gettano luce sul work in progress storico del Novecento iracheno. Si parla di censura, di socialismo, di inglesi, di petrolio, di colpi di stato e del partito Ba’th; al centro del tessuto narrativo, vi è quella forza rievocatrice letteraria che non trasforma i fatti in estetica, ma al contrario con fare quasi didascalico consegna ai propri personaggi il compito di descrivere l’Iraq nei vari passaggi storici che contraddistinguono il Novecento.

 

Ho deciso di dedicare un post a questo libro, innanzitutto, per la bellezza narrativa del romanzo, poi, per l'attenzione e l'amore espressi verso l'Iraq (che non fa più notizia! Sembra che l'Occidente l'abbia completamente dimenticato) e, infine, per il senso della memoria al quale l'autore erge un monumento letterario. Mi è piaciuta moltissimo la descrizione del centro storico e, in particolare, del mercato di Bassora. Ne ho voluto, così, ricreare l'atmosfera proponendovi dei paragrafi che ho tradotto dall'arabo. Dal Capitolo 7 "Una pentola di rame che riflette una luce insopportabile. Un secchio dal fondo argentato che luccica. Cucchiai con colli di varie lunghezze. Una falce. Denti imbrattati di succo di trifoglio egiziano. Giornali inglesi – oh, che sorpresa! – stampati da non più di un mese attirano l’attenzione di quei pochi stranieri rimasti in questa assolata terra, lontana dai saloni dell’Imperatrice sul cui regno non tramonta mai il sole. Le riviste Al Hilàl, Al Muqtataf e Al Usùr irrompono infrangendo gli ammonimenti dell’oscurantismo e riportando le notizie sui progressi scientifici e sulle sopraggiunte invenzioni. Una ‘iqàl sfilacciata. Scarpe di seconda mano alcune delle quali rivestite internamente di pelliccia – poi, dimmi, però, chi è quel pazzo che se le compra con ‘sto caldo a Bassora? Una penna stilografica Conklin famosa per il crescent filler e un calamaio marca Berker. Sagàgìd per una preghiera profonda e di lode. Martelli, chiodi, coltelli. Riviste straniere, arrivate con i militari, dalle copertine colorate e scandalose: queste foto di bionde spalmate sulla riva del mare col solo maillot addosso non sono tollerate dai conservatori che, allo loro vista, girano la faccia cercando rifugio da Satana. Roba vecchia ricoperta dalla sabbia del deserto. Un elmetto militare tedesco contenente una lettera (sembra proprio che sia stata scritta dallo stesso militare) che nessuno ha mai aperto – ma chi vuoi che conosca il tedesco qui? Un orologio da taschino argentato le cui lancette girano dentro a un veliero. Narghilè. Tabacchiere. Una stufa a petrolio Barims buona per il lavoro. Tavolette di pietra spaccate in due parti su cui compaiono scritte cuneiformi, immagini dipinte di buffi pesci giganti e piccole raffigurazioni umane bizzarre dalle silhouette estese, piedini minuscoli e senza un solo orecchio. La gente non vi si accosta perché è convinta che si tratti di opere pagane. Di diverso avviso sono gli inglesi che, esaminate le tavolette con sorpresa e compratele a basso costo, le avvolgono prudenti con pezzuole di pelle, quasi fossero di cristallo, prima di seppellirle clandestinamente e con bramosia nelle loro valigie. Fili, bottoni, corde, coppe, fibre, cinte. Cose vecchie e nuove, brillanti e lisce o arrugginite, usate e consumate, economiche e dispendiose, importanti e senza valore, tutto ciò che l’uomo ha odiato e desiderato, dimenticato e scoperto, fabbricato e tralasciato, che gli è stato sottratto oppure che ha rubato, ovvero che è stato abbandonato e sotterrato nella notte dei tempi e solo ora riesumato: È tutto quello che si trova sopra i sacchi di tela di canapa che Yasìn stende davanti a se". "Il sole sibila e colpisce il suo volto. Indietreggia un poco cercando rifugio all’ombra del muro. Chi si ferma a guardare la merce non lo degna di un solo sguardo e, incurante della sua presenza, ispeziona con attenzione la roba esposta, la comprime, la gira, la scruta, le passa la mano sopra, la rigira, la capovolge, ma alla fine molla tutto e passa avanti. Yasìn sistema con pazienza ciò che le mani hanno messo in disordine, spostato e afferrato". "Il mercato del venerdì ha luogo nella parte ricadente tra il postribolo e il vecchio mercato. Si estende incastrandosi in profondità nei vicoli che, interni alle lupanare, si insinuano tra le case di piacere e le dimore della passione vietata. Qui vendono le cose vecchie appiccicati ai muri ed esponendo la merce su fogli di giornale, sedie di legno oppure direttamente a terra. Viene esposto ciò che può tornare utile o colpire l’interesse di chi passa, osserva e ricerca districandosi in un passaggio striminzito attraverso cui si fluisce. Quando si intensifica, poi, la calca, si è costretti a saltare sopra la stessa mercanzia. Una volta vi si recavano i poveri, i bisognosi e gli appassionati di paccottiglie e libri; prendevano vicoli che, sebbene sparsi qua e là, conducevano al vecchio mercato, alla pescheria, al mercato degli uccelli, nonché alle case del piacere etichettate dagli abitanti di Bassora con nomi del tipo “Il Bordello”, “Il Vicolo”, “Lo Strusciamento”. Si tratta di vecchie case costruite in mattoni foderati di sale prodotto dall’umidità e dalle piogge. Le porte sono sempre aperte a metà lanciando un chiaro messaggio; i cannicci alle finestre sono ambigui e le vecchie persiane esalano soffi di piacere. La casa avvolge voluttà che si ripetono. Sono luoghi caldi e sicuri, generosi e segreti, chiusi e conosciuti, decantati dalle leggende e schiamazzanti di notte. Luci dorate di lampade a petrolio risplendono tremule in un vuoto dove vagano odori di essenze, fragranze di corpi e secrezioni in un’atmosfera che chiude a chiave il fumo delle sigarette, l’oppio, il narghilé, le pipe: luoghi di seduzioni che confluiscono ogni volta in tristi vacuità". "Ecco che le vendite si affievoliscono e calano. È legge di mercato unire gli interessi economici alla prudenza. Gli esseri si aggirano nel caldo tormentati dalla sete. Le dishdàsh sono madide di sudore e si incollano ai corpi. Yasìn ritorna a girovagare nel vecchio mercato. È contrariato. Si intrufola tra le donne avvicinandosi alle anziane benestanti e ripetendo: “Facchino …Facchino!”. Una di queste lo assolda. Riempie il cesto con i suoi acquisti. Le va dietro quando lei cammina, e si arresta quando lei si ferma a ispezionare con attenzione le merci, le cose, gli articoli e la roba esposta. Compra senza fretta ciò che vuole. Mercanteggia sul prezzo di ciò che desidera, dunque, si dirige a casa sua con stoicità e lentezza compiendo distanze considerevoli. Yasìn la raggiunge appesantito dal cesto gonfio d’acquisti che gli opprime la schiena e con la cinghia fissata sulla fronte. Il collo si irrigidisce. Le spalle sono legate davanti con un fissaggio logorante che lo fa camminare curvo, pedinando l’ombra della donna, il mantello nero e il ticchettio dei tacchi delle sue scarpe. Il vecchio mercato ha vicoli ciechi che si estendono nei paraggi di Bassora vecchia, ovvero, nello spazio contenuto tra Az – Zabir e Al-Mabghà, e in quello tra As – Saif e Al-Mashràq. Qui si animano strette botteghe dalle porte di lamiera e dai muri di mattoni grossi e d’argilla da cui sporgono tende di canapa in balia del vento e della pioggia. Tettoie ed esposizioni di legno vengono allestite conferendo alle botteghe un’immagine strana, aliena. Qui si ammucchiano mazzi di ravanelli, prezzemolo, crescione, porri e lattuga; si tratta di vere e proprie esposizioni di verzura irrorata d’acqua – un trucco escogitato dai contadini per favorire il singolo acquisto del loro prodotto risplendente sotto i raggi del sole come collinette vegetali circondate dalla gente che di esse è attorniata". "La giornata volge al pomeriggio. Il colore del cielo sbiadisce e regna una luce bianca priva del colore del sole. La gente comincia a scarseggiare. Yasìn prova a racimolare qualche d’uno. Chiudere il venerdì con un poco di rupie, qualche spicciolo e una manciata di fulùs garantisce appena un solo pasto di riso e salsa con un poco di osso e carne. Vagabonda qui e là. I venditori generosi gettano nel suo cesto un po’ di verdura, frutta e datteri. Due occhi neri lo colpiscono come fiamme che brillano di passione. Lo attira una bocca rosso ciliegia. Un viso che trasmette dolcezza alla sola vista e un corpo seducente che traspira un profumo di muschio e incenso adulandosi. Una mano sottile si posa sulla sua spalla come alito d’aria. Parla e le labbra lasciano intravedere un comando sottile e insidioso: - “Facchino, vieni con me”. - “Sì”. Compra frutta e verdura, cereali e spezie, carne e pane. Riempie il suo cesto. La segue al negozio di henna. Vi acquista boccette di acquavite di Zahla, bottiglie di nero, frutta secca ed esce. Barcolla dietro lei ma riacquista energia alla vista delle natiche incastrate fra il suo mantello che si muove liberamente sul dorso e sulle spalle. Il suo è il corpo di una ragazza formosa; il collo lungo mette in luce i seni che vibrano con sobbalzi seducenti, affascinando le lingue, gli occhi e i cuori. Attraversano il mercato del venerdì, ora abbandonato, per dirigersi verso Via Al – Mabghà. Arrivano all’ambulatorio, oggi chiuso, edificato dagli inglesi per la cura dei loro militari dal tracoma, dalla malaria, dalla bilharziosi e dalla sifilide nascosta che hanno portato seco dal loro impero. Yasìn suda. Respira affannosamente trovando difficoltà col sudore agli occhi mentre piega la schiena contro il fardello". "L’ora del tramonto coincide con la serenità del buio che si riappacifica nei vicoli e si scurisce, mentre le lampade a nafta incontrano luci deboli sulle soglie dei vicoli e degli angoli delle case e degli spazi. La sera è una buia cavità. Le stelle, sparpagliate come lentiggini d’argento nelle lontane contrade, sguazzano nelle acque delle ombre e, pur apparendo vicine, lampeggiano con purezza. L’aria, carica di spessa umidità, scende sui petti appesantendo i fiati e deprimendo la gente. L’estate inveisce e l’aria soffia con un tanfo che sa di mare e di acque stagnanti del fiume. L’aria calda è umida come una spugna imbevuta d’acqua. Si ferma sopra Bassora, sulle creature che in questa sera sudano, sono salate e infangate, e strisciano verso i covi per riposarsi dopo un giorno appesantito dal lavoro che procura gioia". "Amàkin harrah" è l’Iraq. Ne rappresenta la storia, ne narra le sofferenze, la paura e la povertà di un popolo. Racconta della quotidianità di individui a cui è stata negata l’abitudinaria esistenza. Ma è anche memoria e amore per il proprio Paese.

"Il giro del mondo in ottanta giorni", Jules Verne

Lo scorso mese ho letto diversi romanzi; tra questi, un classico ottocentesco mi ha davvero colpita. Non immaginavo, infatti, quanto interessante potesse essere "Il giro del mondo in ottanta giorni" (1872) di Jules Verne. Lo confesso: non ne sapevo un granché. Ne ho comprato una copia a maggio scorso più attirata dalla copertina che dal titolo. Senza dubbio una lettura straordinaria, un viaggio intorno al mondo in buona compagnia. Ma ancora più straordinaria è la capacità che possiede questo libro tutt'oggi, ovvero, quella di rapire il lettore, divertirlo e incuriosirlo. Prima di arrivare alle mie personali conclusioni, però, vale la pena ricordare la trama. Phileas Fogg è un gentleman inglese. Anzi, rincaro la dose: è il tipico gentleman inglese vissuto nell'Ottocento. Impersona tutti i classici stereotipi che vengono di solito in mente quando si parla dell'uomo ricco londinese vissuto nel XIX secolo. Fogg è, infatti, preciso, puntuale, metodico, imperturbabile, analitico, riservato, razionale, educato. Ogni giorno - alla stessa ora - si reca al Reform Club dove si intrattiene giocando al whist. Presto, però, la vita di Mr. Fogg prenderà un'altra piega, meno ordinaria e più avventurosa. Durante una partita con altri gentlemen, mentre la conversazione affronta la notizia dell'apertura di una nuova linea ferroviaria in India, Fogg lancia una scommessa, fare il giro del mondo in ottanta giorni. Inizia, così, il lungo viaggio che il gentleman affronterà insieme al nuovo maggiordomo, Passepartout, e altri personaggi che, pagina dopo pagina, si uniranno lungo il percorso (Fix, poliziotto di Scotland Yard convinto che Fogg sia un ladro alla macchia, e Auda, salvata da un macabro rito). Viaggiare con questa bella brigata è divertente perchè - come si potrà immaginare - il viaggio non è affatto monotono ma ricco di bellissimi panorami, descrizioni di culture lontane, foreste rigogliose, avventure incredibili. Capitolo dopo capitolo, attraversiamo il Canale di Suez, l'India, la Cina, il Giappone, il Pacifico, San Francisco, New York e di nuovo un altro oceano, l'Atlantico. Incontriamo genti tra le più diverse e affascinanti; le acrobazie di Passepartout ci divertono e i mezzi di trasporto che i quattro prendono sono tra i più svariati. Fogg spende una fortuna pur di superare tutti gli ostacoli che gli si parano davanti e, nonostante le varie trappole di Fix - last but not least la prigione in Madre Patria - riuscirà a fare rientro a Londra sano e salvo all'ottantesimo giorno, credendo, però, di aver perso la scommessa per un ritardo di pochi minuti rispetto all'ora convenuta. Poco male: in una scena molto romanzata Auda rivela il suo amore verso il gentleman che ricambia il sentimento. Una lauta ricompensa per tanti sforzi e considerevoli spese sostenute in questa avventura (Tutto l'universo obbedisce all'amore, canterebbe Battiato!). Colpo di scena finale ... ma io non ve lo dico. Perché se avete intenzione di leggere il romanzo, è meglio non sapere come va a finire. O almeno non lo saprete da questo blog, nonostante la popolarità della trama (bene o male il testo è letto o studiato a scuola un pò da tutti e ci sono anche dei film che ne hanno tratto l'ispirazione).

Per concludere,"Il giro del mondo in ottanta giorni" è davvero un libro divertente e suggestivo. Perfetto per i weekend piovosi e freddi passati a casa. Ecco l'unica pecca del romanzo (ma non credo sia colpa di Jules Verne): Fogg e compagnia prenderanno anche i mezzi di trasporto tra i più strambi e impressionanti (dall'elefante alla slitta a vela), ma non utilizzeranno mai una mongolfiera. Perché in quasi tutte le edizioni del romanzo ce n'è sempre una in copertina? Dal divano di casa (luogo dove sprofondo di solito nella lettura) passiamo adesso in cucina. Ecco cosa scrive Jules Verne sulla colazione di Mr.Fogg: "Phileas Fogg si diresse subito verso la sala da pranzo, le cui finestre si aprivano su un bel giardino dagli alberi già indorati dall'autunno. Lì, prese posto al tavolo abituale, dove l'aspettava il suo coperto. La colazione era composta da un antipasto, da un pesce bollito insaporito da una "reading sauce" di prima scelta, da un roast beef scarlatto bellamente condito di "mushroom", da un dolce farcito da gambi di rabarbaro e uva spina, da un pezzetto di chester - il tutto annaffiato con qualche tazza di quell'eccellente tè, appositamente raccolto per la dispensa del Reform Club". Ma che ne dite di preparare una "Reading Sauce" per insaporire i nostri piatti?