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Una riflessione su… Rabih Alameddine, La traduttrice, Ed. Bompiani, 2015 (tradotto dall’inglese da L. Vighi)

Solitamente diffido da romanzi con titoli simili. La straordinaria arte narrativa dell’autore e i giudizi positivi sparsi nella rete mi hanno, però, spinto a leggere questo libro nella traduzione italiana di Licia Vighi durante le calde ore delle sere siciliane di luglio. E ho fatto bene.

Al centro del romanzo, troviamo Aaliya, una donna che vuole raccontare la sua vita al lettore. Una settantaduenne speciale che va in giro con i capelli blu (non è una nerd, ha solo sbagliato tintura). La storia di Aaliya è la storia di una donna che non ha conosciuto l’amore né di sua madre né di suo marito ma che si è sempre riscattata leggendo. È la storia di una donna che da sola, dormendo accanto a un fucile, si è difesa dall’incubo della guerra che devastava la sua città, Beirut. La letteratura è la sua vita.

Molto tempo fa cedetti alla irrefrenabile passione per la parola scritta. La letteratura è la mia buca nella sabbia. Lì dentro gioco, costruisco i miei fortini e i miei castelli, mi diverto da matti. È il mondo al di fuori di quel box a crearmi qualche problema. Mi sono adattata umilmente, sia pure in modo non convenzionale, a questo mondo visibile per riuscire a ritirarmi senza troppo disturbo nel mio mondo interiore di libri. Trasformando questa metafora arenosa, se la letteratura è la mia buca nella sabbia, allora il mondo reale è la mia clessidra – una clessidra che fa scorrere un granello alla volta. La letteratura mi dà vita, e la vita mi uccide. Be’, la vita uccide tutti.” 

Se l’inglese e il francese rappresentano i limiti della mia lingua, i limiti del mio mondo, allora il mio mondo è ancora infinito.” 

Ex libraia, porta avanti un progetto nuovo ogni anno: aspetta il Capodanno per cimentarsi nella traduzione di un nuovo testo letterario occidentale, un libro che non conoscerà mai la pubblicazione ma che racchiude il senso dell’esistenza della protagonista.

“Fin dall’inizio ho capito che quello che faccio non è pubblicabile. Non c’è mai stato un mercato editoriale e dubito che mai ci sarà. La letteratura nel mondo arabo, in sé e per sé, non è richiesta. La letteratura tradotta? La traduzione di una traduzione? A che pro?”

Ma, allora, perché tradurre? Perché la protagonista di questo romanzo ha trascorso la maggior parte della sua vita eseguendo progetti di traduzione privi di alcuna finalità editoriale? È sempre Aaliya a rispondere a queste domande con una sincerità disarmante e disincantata della realtà:

A essere sinceri – e dovrei, non è vero? – traduco libri seguendo il mio metodo inventato perché così il tempo scorre più lentamente. E questo è il motivo principale, credo. (…) Ho fatto della traduzione la mia padrona. Ho fatto della traduzione la mia padrona e i miei giorni non sono stati più così pericolosamente terribili. I miei progetti mi distraggono. Lavoro e intanto i giorni passano.”

Credo che a volte, non sempre, quando traduco la mia testa sia come un lucernario. Senza alcuno sforzo da parte mia, la felicità mi pervade. Non accade spesso, ma quando sono in comunione con la traduzione, la mia padrona, riesco a essere felice. (…) la mia attività di traduttrice è un’opera di Wagner. La narrazione comincia, la tensione cresce, la musica va e viene, gli archi, i fiati, maggiore tensione, e d’un tratto un momento di piacere. (…) Mi siedo alla scrivania e all’improvviso non desidero che la mia vita sia affatto diversa. Sono dove devo essere. Il mio cuore si gonfia di gioia.”

Aaliya traduce opere in inglese e francese nella sua lingua madre, l’arabo.

 “Avevo quattordici anni quando cominciai la mia prima traduzione, venti noiose pagine di un manuale di scienze. Era l’anno in cui mi innamorai dell’arabo – non il dialetto orale, attenzione, ma la lingua tradizionale. L’ho studiato sin da piccina, così come l’inglese e il francese. Tuttavia, soltanto durante il corso di arabo ci veniva costantemente detto che non avremmo potuto padroneggiare la più difficile delle lingue, che per quanto l’avessimo studiata e per quanto ci fossimo esercitate, non avremmo potuto sperare di scrivere bene come Mutanabbi o, il cielo non voglia, il Corano stesso. (…) Nessuno di noi riesce a superare il fatto di essere una frana come arabo, il nostro peccato originale.”

La tecnica traduttiva, il metodo seguito in cinquant’anni di traduzioni è quello della traduzione da una lingua seconda, ovvero, dalla cosiddetta lingua ponte.

(…) ho inventato il mio particolare metodo personale: per ottenere la versione più accurata di un’opera, uso una traduzione francese e una inglese per crearne una araba. È il sistema funzionale e ben congegnato che mi permette di trarre piacere da quello che faccio so che questo allontana la mia traduzione di un altro passo dall’originale, come i romanzi inglesi di Kadare, ma è il mio metodo che continuo a usare. Sono le regole che ho scelto. Sono diventata schiava, benché volontariamente, di una disciplina, di uno specifico rituale. Sono il mio sistema, e il mio sistema è me. (…) Cartoni, cartoni, scatole e cartoni. I manoscritti tradotti hanno due libri, la versione francese e inglese, attaccati a un lato della scatola per l’identificazione. (…) Anni di libri, libri di anni. Una perdita di tempo, una perdita di vita.”

Un metodo, però, che rivela i suoi limiti e, in senso lato, la difficoltà del traduttore dinanzi a un’opera.

A volte, la traduzione originale riesce a rendere le sottigliezza della lingua dell’autore, la sua dizione, il suo ritmo e la sua rima. La mia versione è la traduzione di una traduzione. Tutto viene perduto doppiamente. La mia versione non conta nulla.”

In alcuni passaggi Aaliya si addentra in riflessioni teoriche di natura prettamente traduttiva. A tal proposito, trovo interessante anche il passaggio su Constance Garnett, pioniera della traduzione russa in lingua inglese, e su Marguerite Yourcernar a proposito della sua traduzione della lirica di Kavafis.

Ha fatto un torto a Kavafis, ma posso perdonarla. Le sue poesie diventarono qualcosa di diverso e di nuovo, simile a champagne. Le mie traduzioni non sono come lo champagne, e nemmeno come tè al latte. Sto pensando all’arak. Un attimo, però, Walter Benjamin ha qualcosa da dire a proposito. Nel ‘Compito del traduttore’ scrisse: nessuna traduzione sarebbe possibile se la traduzione mirasse, nella sua ultima essenza, alla somiglianza con l’originale. Poiché nella sua sopravvivenza – che non potrebbe chiamarsi così se non fosse mutamento e rinnovamento del vivente – l’originale si trasforma”.

Per chi non opera nel settore traduttivo, questo sentimentalismo espresso nei confronti della traduzione e, in genere, della letteratura potrebbe sembrare eccessivo. In realtà, un traduttore riesce a identificarsi nelle parole della protagonista del romanzo. Il nostro lavoro – solitario e autonomo – è la ricerca artigianale delle parole giuste, della scorrevolezza di una frase, della presunta somiglianza all’originale.

Accanto ad Aaliya, Beirut con la sua storia complessa e poco conosciuta, partecipa all’intreccio narrativo mai banale rilevando un volto drammatico eppure realistico. Un Pease dal ricco background storico-culturale dilaniato da vari conflitti interni ed esterni, un contesto spesso in rovina dalle cui macerie e drammi Aaaliya scappa trovando rifugio nel suo appartamento e in un mondo dominato dalle arti.

Detto ciò, trovo interessante notare i differenti temi trattati dall’opera che le case editrici – quella francese e quella italiana – hanno deciso di sottolineare sin dal titolo. Rabih Alameddine, scrittore arabo nato in Giordania da genitori libanesi, scrive in lingua inglese (si divide attualmente tra San Francisco e Beirut). Il titolo originale dell’opera è An unnecessary woman; l’“inutilità” di Aaaliya sta nella sua solitudine, nella sua non partecipazione attiva alla vita che si svolge attorno a lei, nel trovare completo rifugio nel mondo della letteratura, nel perseguire un progetto traduttivo fine a sé stesso. La traduzione letterale del titolo in italiano chiaramente non funziona. Così, nel nostro Paese si è deciso di far cadere l’accento su Aaliya come traduttrice. Diverso, invece, l’approccio dei francesi che hanno pubblicato la traduzione del romanzo col titolo Les vies de papier. Una scelta interessante che fa cadere l'accento sulla vita "altra" della protagonista immersa nella letteratura.

Il romanzo mi è piaciuto molto e lo consiglio vivamente a chi, come Aaliya, crede che la letteratura e, dunque, i libri non siano solo un passatempo ma il significato di un’esistenza.

 

P.S.: Il romanzo è pieno di citazioni di altri libri e scrittori. Qualcuno potrebbe non amare questo genere di rimandi… Io li ho trovati assai interessanti e perfettamente inseriti nella trama.

L'arabo, lingua ufficiale in ventidue nazioni

Lezione-online, azienda di e-learning con cui collaboro, ha pubblicato il mio articolo sulla lingua araba, sulla sua diffusione e sul perché studiarla. Per visualizzarlo correttamente fare clic qui.

Ripropongo in questa sede l'articolo nella sua interezza. Ricordiamoci che conoscere altre culture significa creare ponti... Enjoy!



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L’arabo è una lingua semitica parlata da almeno 400 milioni di madrelingua distribuiti nel mondo e costituisce una sorta di passepartout all’interno della comunità dei musulmani. È la lingua ufficiale di ben 22 paesi, tutti aderenti alla Lega Araba: dal Medio Oriente al Nord Africa (fino alla Mauritania e al Sudàn), dal Golfo Persico all’Iràq, è la lingua che unisce un vasto territorio complesso da molti punti di vista. L’arabo è, inoltre, una delle sei lingue ufficiali delle Nazioni Unite; l’UNESCO celebra questa lingua il 18 dicembre di ogni anno realizzando delle iniziative a favore della promozione della multiculturalità e del multilinguismo.


L’ARABO, LINGUA UFFICIALE DI 22 NAZIONI
I ventidue paesi in cui l’arabo è la lingua nazionale possiedono caratteristiche geopolitiche e background storici molto complessi. I dati demografici a disposizione sono, però, rilevatori dell’intensità del fenomeno linguistico. L’Egitto, ad esempio, è il paese arabo più densamente abitato (con ben 82.000.000 di abitanti circa) mentre il Baḥraìn è quello meno abitato (solo 1.332.000 di abitanti). Medaglia d’argento e di bronzo per numero di abitanti vanno all’Algeria e al Sudàn con rispettivamente 39.210.000 e 38.000.000 abitanti. Seguono l’Iràq e il Marocco (che si fermano a circa 33.000.000 di abitanti), dunque, l’Arabia Saudita, lo Yemen e la Siria (tutti superiori a 22.000.000 di abitanti). Gli Emirati Arabi e la Tunisia contano circa 9.500.000/10.000.000 di abitanti; seguono, infine, la Giordania, la Libia, il Libano, la Palestina, la Mauritania, l’Omàn, il Kuwait e il Qatàr (attestando una popolazione compresa tra i 6.500.000 e i 2.170.000 abitanti).

Circa il 90% di detta popolazione si professa musulmana e vive accanto alle comunità arabe di cristiani (circa il 6% della popolazione totale) e di altre confessioni (circa il 4% della popolazione totale). L’etnia è propriamente araba anche se è molto diffusa anche quella berbera nella zona nordafricana e quella curda in area mediorientale.

Altri paesi islamici, poi, per ovvie ragioni religiose, definiscono l’arabo lingua ufficiale insieme a quella più diffusa nel territorio come, ad esempio, accade del Ciad e nella Somalia. In questo caso, tuttavia, la comunità dei parlanti arabo è piuttosto ristretta.
Il quadro linguistico del mondo arabo (e, di conseguenza, l’apprendimento di questa lingua) è reso ancor più complesso dalla presenza del dialetto, una sorta di vulgata colloquiale con cui la gente ordinariamente interagisce e che ciascun bambino impara sin dalla sua più tenera età. I dialetti arabi non vanno intesi come “espressione linguistica popolare”: dal docente universitario al commerciante, dall’avvocato alla casalinga, nei contesti di ordinaria quotidianità (al mercato, dal barbiere, a casa tra amici e parenti, ad esempio) viene utilizzato al-‘amiyyah (il dialetto, per l’appunto) confinando l’arabo standard di derivazione coranica a contesti più formali. I dialetti differiscono in base al contesto geografico e possono presentare anche parlate e intonazioni che variano di città in città. Inoltre, i dialetti dell’area nordafricana presentano diversi sostrati linguistici, tra cui il berbero, e risentono dell’influenza esercitata dal francese mentre quelli dell’area del Vicino Oriente sono molto più prossimi all’arabo standard. L’arabo che si studia di norma nei corsi per stranieri, che viene utilizzato dai mass media, dalla letteratura e dal mondo editoriale, che viene utilizzato presso gli ambienti accademici e amministrativi, che è definito lingua ufficiale nei suddetti paesi e che deriva dal Corano è il Modern Standard Arabic (MSA), l’arabo standard moderno o al-fuṣḥà, l’eloquente. L’arabo del Corano ne è la forma classica.
Accanto all’arabo, l’inglese e/o il francese sono molto diffusi presso il popolo arabo come retaggio post-coloniale. L’arabo ha esercitato una forte influenza linguistica presso molte altre lingue; l’italiano, ad esempio, possiede moltissime parole di derivazione araba.


RAPPORTI TRA LA LINGUA ARABA E IL CORANO

L’arabo è, storicamente parlando, nato prima del Corano. Tuttavia, è innegabile il forte rapporto esistente tra questi due elementi. Molti, infatti, sono i riferimenti presenti nel Testo Sacro che alludono alla lingua araba, ad esempio:
• “Così noi rivelammo il Corano quale Predicazione araba (…)” , Sura XX, 1131

• “Alìf, Làm, Rà. Ecco i Segni del Libro Chiarissimo: ecco l’abbiamo rivelato in dizione araba a che abbiate a comprenderlo”, Sura XII, 1-2;

• “E noi ben sappiamo che essi dicono: “Glielo insegna un uomo!”. Ma la lingua di quello cui pensano è barbaro mentre questo è arabo chiaro!”, Sura 16, 103.

L’arabo, dunque, è la lingua dell’Islàm con cui tutt’oggi i fedeli indirizzano le lodi e le preghiere ad Allah. E ai profondi legami con il Corano si deve sia la formalizzazione della grammatica – conseguente alla nascita del Credo – sia la sua diffusione dal punto di vista territoriale. A partire, infatti, dall’VIII secolo d.C., si diffuse una nuova dominazione su tutto il Medio Oriente e il Nord Africa e le genti si convertirono all’Islàm dando vita a un lunghissimo percorso storico dalla forte identità sia linguistica sia religiosa.

 

PERCHÉ STUDIARE L’ARABO?
L’arabo è una delle lingue straniere più richieste dal mercato del lavoro. Questa competenza linguistica è sempre più ricercata dalle aziende sia italiane che estere insieme a una conoscenza approfondita (e settoriale) dell’inglese. Vediamo un po’ più nel dettaglio in quali settori lavorativi è richiesta la conoscenza dell’arabo.

Business/commercio internazionale – dal mondo arabo verso l’Occidente: sono sempre più numerosi gli investimenti (e con essi i magnati arabi, i famosi “sceicchi”) nel mondo occidentale. Gli unici attuali concorrenti sono solo i cinesi.

Business/commercio internazionale – dall’Italia verso il mondo arabo: il Made in Italy spopola nel mercato dei Sauditi e degli Emirati. Ad esempio, la moda e i marmi sono particolarmente apprezzati e ricercati.

Risorse energetiche: sono numerosissimi i progetti per la costruzione e la gestione di oleodotti, giacimenti e altre infrastrutture che vedono il partenariato con società italiane.

Giornalismo e scrittura creativa/traduzioni letterarie ed editoriali: l’attenzione rivolta verso i paesi arabi è particolarmente alta di questi tempi. Un reporter potrebbe aver di bisogno di conoscere l’arabo per meglio sfruttare le proprie fonti. Negli ultimi anni, poi, si è andata sempre più intensificandosi l’attenzione verso la produzione letteraria ed editoriale contemporanea araba.

 • Terzo settore/Mondo sociale: purtroppo, sono molti gli arabi che cercano migliori condizioni di vita emigrando così dai propri paesi. Il fenomeno delle migrazioni (quasi sempre in condizioni drammatiche) è di dolorosa attualità e interessa moltissimo l’Italia. Gli operatori sociali – ma anche i professionisti che lavorano nel mondo sanitario, le forze armate e i mediatori culturali e linguistici – sono chiamati a conoscere questa lingua per meglio interagire e prestare adeguato soccorso.
Chiaramente il presente elenco non è esaustivo ma indicativo di come l’arabo sia sempre più ricercato oggi tra le competenze professionali. Vero è che in contesti professionali l’inglese è ancora la lingua maggiormente utilizzata ma “l’apertura verso nuovi mercati del mondo arabo e l’intensificazione dei rapporti commerciali con tali paesi hanno reso la conoscenza della lingua cosa gradita e spesso richiesta, se non fondamentale, in alcuni profili lavorativi”

(cit. Saana Darghmouni, Arabo per affari, Hoepli, 2016).

 

1 La traduzione in italiano dei versetti ivi indicati è di A. Bausani, cit. Il Corano, ed. Rizzoli, 2000.

 

Valentina Di Bennardo

Docente Lingua Araba

www.vdbtranslations.it



Cos'è il Ramadàn?

Lezione-online, azienda di e-learning con cui collaboro, ha pubblicato il mio articolo sul Ramadàn. Per visualizzarlo correttamente fare clic qui

Ripropongo in questa sede l'articolo nella sua interezza. Ricordiamoci che conoscere altre culture significa creare ponti... Enjoy!



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“E il mese di Ramaḍàn, il mese in cui fu rivelato il Corano come guida per gli uomini
e prova chiara di retta direzione e salvazione; non appena vedete la nuova luna,
digiunate per tutto quel mese, e chi è malato o in viaggio digiuni in seguito per altrettanti giorni.
Iddio desidera agio per voi, non disagio, e vuole che compiate il numero dei giorni
e che glorificate Iddio, perché vi ha guidato sulla retta Via,
nella speranza che Gli siate grati”.
(Corano II, 185)

 

Il Corano parla chiaro: nel mese della Rivelazione coranica, è opportuno digiunare a gloria di Iddio. Il Ramaḍàn, nono mese del calendario lunare islamico, è da poco cominciato. Con chiaro riferimento al nostro calendario gregoriano, il mese del digiuno ha avuto inizio la sera del 16 maggio e si concluderà il 14 giugno 2018.

Ma cos’è esattamente il Ramaḍàn? Perché i musulmani digiunano? Vediamo di scoprire punto per punto il significato di questo momento così importante per la comunità musulmana.  

CALENDARIO LUNARE ISLAMICO

Alessandro Bausani, celebre arabista e islamista italiano, spiega con chiarezza il calendario lunare affermando che: “Avendo Muḥammad abolito come empietà (Corano IX, 37) il mese intercalare che nel paganesimo preislamico ogni due o tre anni ristabiliva l’equilibrio fra il calendario solare e quello lunare, si ritornò con l’Islam al calendario lunare puro, prescindendo completamente da ogni corrispondenza di questo con le stagioni. I mesi lunari musulmani sono alternativamente di 29 e 30 giorni cosicché l’anno è, in tutto, di 354 giorni e addietro di undici giorni su quello solare”. Ecco, dunque, perché non vi è esatta corrispondenza tra i mesi del calendario islamico e quelli del calendario gregoriano; inoltre, questo spiega anche perché il Ramaḍàn cada in periodi diversi anno dopo anno. Si ricordi, poi, che la numerazione dell’anno non coincide con quella occidentale dal momento che essa parte dall’anno in cui avvenne l’egira, hijrah, quando cioè il Profeta lasciò la Mecca per recarsi a Medina (anno 622 d.C.): per i musulmani siamo, dunque, nell’anno 1439. Il calcolo dell’inizio del mese è particolarmente scrupoloso. Gli astronomi o i religiosi che hanno conoscenza di astronomia devono osservare il cielo notturno e individuare il primissimo falcetto di luna che indica la luna nuova. Solo in quel momento inizia il mese e, di conseguenza, inizia il digiuno. 

RAMAḌÀN: SOLO DIGIUNO?

L’idea che ci si debba astenere dall’assunzione di cibo e bevande per tutta la giornata per un mese intero è una cosa che colpisce gli occidentali i quali semplificano e, a volte, banalizzano il Ramaḍàn. Il digiuno (ṣawm o ṣiyàm) durante questo mese è e rimane meritorio anche se non obbligatorio. La Legge, infatti, ammette e raccomanda il digiuno volontario. Per digiuno si intende l’astensione non solo da cibo e bevanda dall’alba al tramonto ma anche da qualsiasi atto sessuale e da azioni e/o parole cattive: si raccomanda, dunque, di non litigare, di non mentire, di non calunniare e di non fare cattivi pensieri. Il digiuno è valido per tutti i musulmani eccezion fatta per minorenni, malati di mente, malati cronici, anziani, donne in gravidanza o durante l’allattamento o la mestruazione, i viaggiatori, chi deve compiere lavori pesanti, soprattutto, di pubblica utilità. Le donne che si trovano nelle suddette circostante e coloro i quali sono in viaggio o compiono lavori pesanti dovranno riscattare i giorni perduti di digiuno; tutti gli altri “esentati” possono riscattarsi dando un’elemosina straordinaria ai poveri. Stando ai dettami del Corano, l’inizio del giorno del Ramaḍàn è calcolato al momento in cui si delinea all’orizzonte il primo filo di luce. In questo mese, poi, la preghiera va fatta precedere dalla dichiarazione di volersi accingere al digiuno (niyyah). Il digiuno si interrompe non appena il sole è tramontato. Di solito, si compie un pasto poco prima dell’aurora, il saḥùr, per acquisire le giuste forze. Il pasto che rompe il digiuno si chiama ifṭàr; tradizionalmente si interrompe l’astensione dal cibo e dalle bevande dando un morso a un dattero in memoria del Profeta.Il digiuno del Ramaḍàn fa parte delle cinque prescrizioni dell’Islam, conosciute anche come i pilastri della fede islamica, ed è, di conseguenza, di importanza assoluta per la comunità musulmana (le altre prescrizioni sono: la shahàdah, o professione di fede, la ṣalàt o preghiera, la zakàt o elemosina rituale e il ḥajj o pellegrinaggio alla Mecca). Da qui derivano la sua peculiare importanza e l’osservanza capillare da parte dei musulmani.

Il Ramaḍàn è, dunque, un mese fervido dal punto di vista spirituale dal momento che, accanto al digiuno, si dà spazio anche alla preghiera, alla meditazione e all’autodisciplina. Non è facile, poi, digiunare quando questo mese cade nel periodo estivo i cui giorni sono più lunghi e le temperature particolarmente elevate.

 

FESTA IN FAMIGLIA

Il Ramaḍàn è un periodo di condivisione a livello famigliare. La famiglia, da sempre centrale nella mentalità islamica, si riunisce durante l’iftàr consumando una grande quantità di cibo in un’atmosfera serena e rilassata. Le pietanze variano a seconda del paese ma, di solito, si possono consumare antipasti vari, zuppe, insalate, un piatto principale a base proteica e dei dolci.

La conclusione del mese di Ramaḍàn è segnata da una delle due feste più importanti dell’anno islamico, al-‘ìd aṣ-ṣaghìr, letteralmente “la festa piccola”, detta anche‘ìd al-fiṭr, “festa della rottura del digiuno” (per completezza, l’altra festa importante per l’anno islamico è al-‘ìd al-kabìr, “la festa grande”, che ha luogo il decimo giorno del mese di dhù’l-ḥijjah). Si tratta di una festa molto sentita, nonostante sia definita “piccola”. In questo giorno ci si reca in moschea dove si recita una preghiera pubblica, la ṣalàt al-‘ìd. L’atmosfera che si vive è molto simile a quella natalizia tipicamente occidentale: come per il Natale, ci si scambia dei doni, le case sono addobbate e si trascorre la giornata in compagnia della famiglia e degli amici.

 

TRADIZIONI DAL MONDO

Se quanto finora riportato ha una valenza generale e vale per tutta la comunità islamica distribuita nel mondo, è anche vero che ciascun paese a maggioranza islamica possiede tradizioni specifiche che potrete conoscere qualora in viaggio durante questo periodo. In Libano, ad esempio, l’inizio e la fine dell’astinenza da cibo e bevande è segnata dallo scoppio quotidiano dei cannoni. Si tratta di un’usanza risalente a più di 200 anni fa quando, cioè, la Nazione faceva parte dell’Impero Ottomano. Troverete in Egitto, invece, delle bellissime e colorate lanterne, dette fànùs, simbolo di gioia e unità. Hanno un valore più culturale che religioso ma sono associate al mese del digiuno. Spesso al tramonto i bambini vanno in giro con le fanùs intonando dei canti e chiedendo ai passanti dei piccoli doni. In Iraq, invece, si gioca a mheibes, un gioco a squadra che può contare anche da 40 a 250 giocatori. Il gioco consiste nel nascondere un anello che l’altra squadra deve trovare: un giocatore, dunque, si muove tra i suoi compagni e dà l’anello a una persona; uno dei giocatori dell’altra squadra deve capire, attraverso le espressioni facciali e il linguaggio del corpo, chi ha l’anello.

 

GLI AUGURI

Se si hanno dei rapporti con dei musulmani, sono apprezzate le espressioni di augurio in virtù del periodo così fervido dal punto di vista spirituale: allora, va a tutta la comunità islamica il nostro più sentito “Ramaḍàn mubàrak” o “Ramaḍàn karìm”.

Valentina Di Bennardo

Docente Lingua Araba

www.vdbtranslations.it