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Fare affari nel mondo arabo. Una mini-guida per un business di successo

Lezione-online, azienda di e-learning con cui collaboro, ha pubblicato il mio articolo su come fare affari con il mondo arabo. Per visualizzarlo correttamente fare clic qui.

Ripropongo in questa sede l'articolo nella sua interezza. Ricordiamoci che conoscere altre culture significa creare ponti anche commerciali... Enjoy!



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Fare affari nel mondo arabo: una mini-guida per un business di successo

Il mondo arabo è da sempre considerato una piazza commerciale di tutto rispetto per l’Italia. Il nostro Paese ha costruito nel tempo rapporti d’eccellenza con alcune nazioni arabe in particolare (come la Libia e la Tunisia) dando vita a relazioni commerciali piuttosto significative per le imprese italiane. Purtroppo, però, l’esplodere di conflitti all’interno di dette regioni e le condizioni socio-politiche ed economiche particolarmente instabili hanno rallentato questo trend che oggi, invece, sembra riprendersi grazie a nuovi business sedimentati nella penisola arabica e, in particolare, negli Emirati Arabi Uniti in vista, soprattutto, dell’Expo Dubai 2020. Come sempre, i numeri ci vengono incontro ed esemplificano ogni concetto.

Nel 2017 è stimato in 5,3 miliardi di euro l’ammontare del fatturato nazionale verso gli Emirati Arabi, che è il 17esimo mercato di destinazione per l’export italiano. I settori maggiormente interessati sono quelli della gioielleria (216 milioni), meccanico-strumentale (131 milioni) e medico-dentistico (64 milioni). Di rilievo pure i settori elettromeccanico ed agroalimentare (dati osservatorio SACE). Per il 2020, ci si aspetta un incremento previsto fino a 6,2 miliardi. Questo grazie anche alle importanti novità che entreranno in vigore dal quarto trimestre 2018[1].

Da qui nasce la necessità di acquisire nozioni fondamentali in grado di aiutare gli affari e le relazioni commerciali tra i Paesi arabi e l’Italia. Seguono, dunque, alcuni consigli che possono aiutare a costruire ponti, in primis, culturali e, poi, commerciali. Come sempre, raccomando di liberarsi dai classici cliché e luoghi comuni che affollano la nostra mente occidentale e di concentrarsi sulla negoziazione avendo accortezza di alcuni semplici aspetti che, generalizzando, qui descrivo.

Come organizzare un incontro

Per il bene dei nostri affari, è molto importante nel mondo arabo incontrarsi. La prima regola è, dunque, pensare che i contatti non debbano essere prettamente telefonici o via e-mail: è fondamentale il contatto vis-à-vis, l’incontro fisico in cui le due parti possano definire ogni aspetto di natura commerciale. Cercate sempre un contatto di tipo senior, ovvero, il manager o il direttore dell’azienda, qualcuno cioè che abbia potere decisionale. Se non riuscite ad arrivare ai “piani alti”, affidatevi a un intermediario locale che possa condurvi o mettervi in contatto con la persona che state cercando. Una trasferta lavorativa implica un investimento economico per un’azienda. A volte programmare con largo anticipo un appuntamento permette di risparmiare sui costi del volo ma fate attenzione: non organizzate un incontro tantissimo tempo prima e, soprattutto, confermate la vostra presenza qualche giorno prima di partire. Tenete sempre a mente che state interagendo con un Paese dalla cultura diversa e, di conseguenza, controllate le festività che potrebbero ricadere in quel periodo e che potrebbero ostacolare il successo dell’incontro. Evitate di spostarvi per finalità lavorative durante il Ramadàn e tutte le feste comandate islamiche; informatevi anche dell’esistenza di festività civili. La comunità cristiana costituisce una minoranza della popolazione araba ma potreste avere contatti con un arabo cristiano che, invece, celebrerà le sue festività. In linea di massima, è venerdì il giorno di riposo settimanale sebbene ci siano alcun Paesi come la Tunisia e il Marocco che fanno scivolare il fine settimana inglobando anche il sabato e la domenica oppure altri Paesi come l’Egitto in cui si potrebbe non lavorare di giovedì pomeriggio. Nella regione saudita è molto utilizzato il calendario lunare, di cui abbiamo già parlato nel precedente articolo sul Ramadàn. Il mondo del business a livello globale parla l’inglese ma, se proprio non parlate arabo, imparate delle espressioni come i saluti che non possono che essere benvenuti. Incontrare un businessman occidentale che sappia parlare arabo è un vantaggio che potreste sfruttare a vostro beneficio… Perché non impararlo, dunque? Preparate anche molte copie cartacee del vostro materiale informativo (report, brochure, progetti, ecc.) e stampate ad hoc dei biglietti da visita: potreste, ad esempio, realizzarne una quantità modesta in versione bilingue (arabo-italiano o arabo-inglese). In questo caso, però, ricordatevi che l’arabo si scrive da destra verso sinistra e, di conseguenza, anche il logo aziendale deve seguire questo andamento grafico. Molti dicono che gli arabi hanno una loro concezione del tempo diversa e, di conseguenza, si dice che non siano puntuali. La mia esperienza al momento dice il contrario ma non mi stupirei del ritardo a un appuntamento.

 

Come comportarsi a un meeting

Personalmente non ho mai amato mischiare la vita professionale con quella privata. Se siete d’accordo con me, preparatevi, però, a sovvertire la situazione. Prima degli affari, molti arabi vi chiederanno della vostra famiglia, del viaggio, se è la prima volta che vi trovate in quel paese e che cosa ne pensate, se avete già assaggiato le specialità locali o visitato qualche attrazione, insomma, prima dovrete guadagnarvi l’amicizia dell’interlocutore. Ci saranno molti inviti, doni, caffè e rinfreschi: l’ospitalità è sacra. È da maleducati rifiutare ogni gesto di ospitalità. Se vi invitano a un pranzo o cena a casa loro, comportatevi di conseguenza e più specificatamente:

-         Donne e uomini potrebbero mangiare separatamente, tenetelo in considerazione;

-         Seguite scrupolosamente le indicazioni del padrone di casa ed evitate ogni espressione di curiosità circa la casa e le relazioni famigliari;

-         Non è detto che l’invito riservatovi possa essere esteso ai vostri accompagnatori;

-         A volte, nei paesi sauditi, il cibo viene servito al centro in un unico piatto. Non sempre si trova a disposizione una mise en place tipica occidentale e, di conseguenza, ci si potrebbe sedere a terra. Il cibo viene prelevato dal piatto centrale con il pane e portato in bocca. Evitate l’utilizzo della mano sinistra: in alcuni Paesi mangiare con la sinistra è da maleducati;

-         È ben gradito l’ospite che – accettando un invito a pranzo o cena – porti un cadeau ai padroni di casa. Ovviamente evitate bottiglie di vino o alcolici vari;

-         Evitate argomenti importanti come la politica, la religione e Israele.

Se vi invitano al ristorante, solitamente chi invita paga. È ben gradito ricambiare l’invito ed ovviamente si aspetteranno da voi tutto il calore e l’ospitalità riservativi.

Il linguaggio del corpo è molto importante. Evitate di indicare, fare pollice in su o pollice verso, incrociare le gambe da seduti mostrando la parte inferiore delle scarpe: tutto ciò viene considerato maleducato. Le strette di mano e l’accoglienza sono particolarmente calorose: le prime sono molto più lunghe rispetto a quanto si usa in Occidente. Aspettate sempre che sia l’interlocutore arabo ad allentare la presa. Se, invece, vi trovate con una businesswoman araba, aspettate che sia lei a porgervi la mano. Solitamente, infatti, si preferisce mantenere debita distanza.

Attenzione al dress code! L’aspetto e l’esteriorità comunicano la vostra posizione sociale e il potere decisionale. Per gli uomini: evitate di vestirvi all’araba, di indossare pantaloncini, t-shirt e polo, preferite, invece, il classico abito elegante maschile con camicia e cravatta (meglio se l’abito ha dei colori scuri). Per le donne: non è necessario indossare alcun velo o caffetani! Gli abiti devono coprire il giusto evitando trasparenze, scollature e aderenze che sottolineano la silhouette. Lasciate a casa gonne a tubo, minigonne, top scollati. Personalmente eviterei un trucco molto pesante, l’uso di smalti dai colori forti e un utilizzo vistoso di bijou e coprirei eventuali tatuaggi, insomma, tutto quello che una donna di affari non dovrebbe mai presentare... L’aspetto deve apparire curato ma professionale.

La negoziazione con gli interlocutori va per le lunghe. La mentalità dei businessmen arabi è di tipo tribale, oserei dire, e di conseguenza armatevi di molta, molta pazienza. Quella stessa pazienza che vi servirà in caso di gestione di pratiche burocratiche in loco. Se volete esprimere un disaccordo, valgono le regole per tutti gli affari: utilizzate tatto e calibrate bene le parole. Gli incontri potrebbero, inoltre, essere interrotti moltissime volte da telefonate, collaboratori o altre persone che entrano nella stanza e dai continui rinfreschi.

Per dovere di cronaca, non posso non menzionare la wasta. Questa parola araba deriva da una radice che porta seco l’idea del “centro, mezzo” e, dunque, dell’intermediario.  Il sostantivo significa “collegamento, contatto, connessione, legame” ma anche “influenza, prestigio”. Di fatto, è sempre più associata alla corruzione che purtroppo non manca in questi Paesi. In sostanza, la wasta funziona così: io conosco qualcuno che potrebbe farci avere questo. Da una parte, una persona con la wasta è considerata un privilegiato; dall’altra, però, è una persona in obbligo di ripagare un favore. Insomma, un circolo vizioso che bisogna conoscere a priori…

Donne e uomini di affari arabi che hanno vissuto precedentemente all’estero potrebbero preferire modalità di incontro differenti più aderenti ai vostri schemi mentali. Tenetevi pronti, dunque, anche a questo.

A conclusione della visita, mantenete i contatti via e-mail magari scrivendo una summa dell’accordo o dei risultati professionali raggiunti.

Per il resto, valgono le regole e il tatto utilizzati per un qualsiasi incontro di tipo commerciale. Gli arabi hanno fiuto per gli affari e, se ben condotto, un incontro potrebbe aprire un rapporto commerciale duraturo e fruttuoso per entrambe le parti.

Tali suggerimenti sono molto generalizzati. Occorrerebbe, infatti, approfondire tale argomento nazione per nazione, un tipo di lavoro che chiaramente il presente articolo non ha la presunzione di fare. Ogni Paese, infatti, presenta usi e costumi che applicati al mondo del business possono portare a dei risultati diversi. Per Paesi arabi si intende un gruppo di 22 nazioni ed è normale che ciascuno presenti caratteristiche differenti (riflettiamo, ad esempio, su come cambi la contrattazione commerciale muovendoci all’interno dell’Unione Europea!).

 



[1] Fonte: http://www.cameraitaloaraba.org/paesi-arabi/news/internazionalizzazione-dagli-emirati-arabi





L’importanza della mediazione linguistica nell'event management

Ho lavorato in questo settore per diversi anni ricoprendo il ruolo di segreteria organizzativa per tantissimi eventi realizzati sia in Italia sia all’estero. Di conseguenza, ben conosco la macchina organizzativa che si cela, ad esempio, dietro un congresso, una campagna di sensibilizzazione e una rassegna musicale. E conosco anche gli errori commessi dai clienti (soprattutto, funzionari e dirigenti della Pubblica Amministrazione) quando commissionano un servizio di natura linguistica.

Una volta, ad esempio, mi è capitato di organizzare un congresso per un ente regionale il cui funzionario supervisore aveva scambiato l’interpretariato in consecutiva con quello in simultanea pretendendo tanto di cabine in fondo alla sala. Peccato, però, che nel capitolato, scritto dallo stesso funzionario, si facesse menzione proprio di un servizio di interpretariato in consecutiva… Un’altra volta, per una fiera è stata richiesta una “ragazza” che parlasse le lingue di cui garantire la professionalità e, soprattutto, i titoli di studio afferenti. Ho risposto dicendo che disponevamo di hostess e steward diplomati (al massimo, esistono corsi professionali in materia) nonché di interpreti qualificati differenziando e specificando, però, i ruoli (e i costi) di ciascuno. Personalmente non mi sono mai permessa di parlare di “ragazze” quando gestivo gruppi di personale di assistenza anche se si trattava di persone molto giovani, trovando la cosa molto poco professionale, né ho mai pensato che gli interpreti dovessero prestare attività diverse da quelle prettamente linguistiche. Non parliamo, poi, dell’utilizzo incondizionato delle parole “traduttore” e “interprete”: non sono sinonimi! Per dirla in poche parole, la differenza tra le due professioni è questa: il traduttore scrive, l’interprete parla. Vi sono anche, ad esempio, interpreti che offrono anche servizi di traduzione e chi come me è monotematico (sono una traduttrice e non un’interprete).

Risulta, dunque, necessario conoscere adeguatamente i servizi linguistici e le correlate figure professionali ed eventualmente educare il cliente nell’individuazione del servizio più opportuno utilizzando le giuste parole. Ecco l’elenco dei servizi linguistici maggiormente utilizzati nell’event management:

-         Servizio hostess/steward: si tratta di personale di assistenza di supporto alla macchina organizzativa. Essendo a contatto con il pubblico, è necessario che tale personale sia formato anche in senso linguistico in caso di eventi a carattere internazionale. L’hostess e lo steward sono chiamati a interagire con l’utenza per attività di accredito, presentazione di un prodotto o semplici informazioni organizzativo-logistiche. Tale servizio non coincide con l’interpretariato!

-         Personale della segreteria organizzativa: chi organizza un evento internazionale deve necessariamente disporre di personale in-house avente capacità organizzative a livello professionale e ottima conoscenza linguistica.

-         Traduttori: il materiale promopubblicitario utilizzato per la comunicazione di un evento internazionale, nonché gli atti congressuali, i siti web e ogni altro prodotto editoriale cartaceo e/o informatico, deve essere tradotto da traduttori professionisti con specializzazione in materia (ad esempio, se si lavora con l’ECM, occorre prevedere dei traduttori con conoscenza della materia medica, oppure, se si organizza una mostra di opere d’arte occorre prevedere dei traduttori esperti in materia artistica). La segreteria organizzativa non deve tradurre il materiale qualora non disponga di personale con formazione accademica e pregresse esperienze professionali adeguate. E ricordiamoci anche che un buon traduttore non è mai TROPPO caro per il lavoro che svolge: fare una traduzione professionale è un lavoro che richiede competenze e conoscenze tecniche precise. In buona sostanza, non basta avere una laurea in lingue o, peggio, avere una conoscenza scolastica dell’inglese: occorre essere specializzati in traduzione. Il traduttore è un professionista tout court.

-         Interpreti: il servizio di interpretariato deve essere condotto da personale qualificato. L’interpretariato è il servizio linguistico che più “spaventa” il cliente per il peso economico: ho visto tanti clienti storcere il naso dinanzi a un preventivo per questo servizio. L’interprete è un professionista al pari del traduttore, dell’avvocato, del dentista e del consulente aziendale. Interpreti che propongono tariffe da fame non sono professionisti o sono giovani leve che cadono nella tentazione di svendersi pur di acquisire la commessa e fare esperienza. Il servizio di interpretariato è complesso ed è suddiviso in*:

 

a)     Interprete di conferenza: Professionista che assicura il servizio di traduzione in convegni, simposi e incontri internazionali utilizzano, a seconda dei casi, le tecniche di traduzione simultanea, traduzione consecutiva e chuchotage. L'esercizio di questa professione richiede un aggiornamento costante, oltre che un curriculum di studi adeguato e una particolare predisposizione.

b)     Interpretazione simultanea: Traduzione estemporanea per conferenze con un elevato numero di partecipanti, si avvale di strutture tecniche specifiche. Richiede la presenza di una cabina isolata acusticamente (vedi norme ISO) e di due interpreti per lingua che, alternandosi, ricevono il discorso del relatore in cuffia e traducono quasi contemporaneamente in un microfono. Mediante un auricolare, i partecipanti all'incontro possono ascoltare la traduzione nella lingua desiderata.

c)     Interpretazione consecutiva: Adatta agli incontri di lavoro formali che trattano argomenti specifici, la traduzione consecutiva è particolarmente opportuna nelle riunioni bilingue, poiché richiede la presenza di un solo interprete ogni mezza giornata. L'interprete assiste alla conversazione dei partecipanti sedendo insieme a loro: con l'ausilio di appunti e annotazioni, senza l'uso della cuffia, traduce a intervalli regolari di tempo che variano dai 5 ai 10 minuti.

d)     Chuchotage: Lo chuchotage (dal francese chuchoter, sussurrare) è una traduzione simultanea del discorso dell'oratore riportata a bassa voce all'orecchio di uno o due partecipanti al convegno. Non necessita di supporti tecnici, viene svolto da un solo interprete per lingua (prestazioni inferiori alle due ore) e può essere alternato alla traduzione consecutiva, nel caso in cui i partecipanti in questione desiderassero intervenire alla conversazione.

e)     Interprete di trattativa: Interprete che consente la comunicazione in trattative d'affari e discussioni di lavoro cui partecipano un numero limitato di persone, senza l'impiego delle tecniche di interpretazione consecutiva o simultanea.

*fonte Assointerpreti

  -         Accompagnatori turistici/guide turistiche: spesso, in concomitanza di un road show o in parallelo ad attività congressuali, vengono organizzati dei tour rivolti soprattutto agli accompagnatori dell’utenza accreditata, ad esempio, a un aggiornamento medico. In questo caso, è bene contattare una guida turistica professionista per l’organizzazione e la gestione del tour. La conoscenza delle lingue straniere da parte del professionista va da sé.


Adesso sono passata dall’altra parte della barricata, quella dei traduttori e dei formatori freelance, e non posso fare a meno di riconoscere la necessità di educare il cliente all’utilizzo della giusta terminologia relativa ai servizi linguistici quando viene organizzato un evento differenziandone ruoli e compiti (e, di conseguenza, il valore economico…). La cosa, però, vale anche per gli organizzatori di eventi e per chi ha un’agenzia di pubbliche relazioni. Ho troppe volte sentito parlare nell’ambiente di “esperti linguistici”, un calderone in cui confluiscono tante figure, dal traduttore professionista al diplomato al Linguistico…

Ad ogni evento occorre dare il giusto servizio linguistico affidandosi a professionisti del settore. Per un evento di qualità, un servizio di qualità.

 

Per seguire il mio corso di event management, fare clic qui.

Per avere una consulenza su eventi internazionali o sul servizio di mediazione linguistica per eventi, compilare il form o scrivere un’e-mail a valentinadibennardo@tiscali.it

 

 

Mio caro Kawabata, Rashid Daif

“Il dolore, caro Kawabata, ti agevola la morte, trasformandola in un bisogno urgente, in un sogno. A chi dico queste cose? A te! Se dovessi accorgermi, caro Kawabata, che già sai quello che ti sto dicendo, mi fermerei subito. Ma non posso riconoscerlo dal momento che mi sto servendo proprio di te contro i miei conterranei”. Mio caro Kawabata è un’epistola indirizzata allo scrittore giapponese Kawabata Yasunari, premio nobel, suicida nel 1972. Le ragioni che hanno spinto Rashid Daif (Ehden, Libano, 1945) a scegliere proprio questo letterato come destinatario della lettera sono rintracciabili sia da un punto di vista prettamente letterario (ciò che ha suggerito la lettura dell’opera Il Maestro di Go), sia da un punto di vista storico – esistenzialista (che è, poi, il risultato della dotta lettura). Il romanzo è espressione della transitorietà della storia, “una bestia, un tiranno” da odiare “quanto il nulla, l’assenza di significato”, ovvero, la manifestazione dell’impossibilità razionale di capire la realtà. Lo scombussolamento dell’uomo della metà del XX sec. dinanzi al work in progress storico è espresso attraverso una segmentazione del tempo secondo cui “Il passato, caro Kawabata, procede tanto verso il presente quanto verso il futuro; il presente è il futuro e il passato allo stesso tempo. Il futuro allora è roba da profezia, e io non ho proprio niente a che vedere con le profezie”. Di fatto, lo scrittore libanese, rivolgendosi a un collega giapponese, vuole “parlare a partire da eventi normali, dello scontro tra i tempi moderni – cioè la modernità provocatoria e minacciosa - e quelli antichi, cioè la tradizione”; come lui, è uno scrittore orientale, ma di certo Daif nutre ancora quella speranza che, seppure esigua, non gli prefigura mai l’immagine della morte eterna. Dallo scompenso dovuto alla transitorietà storica derivano incongruenze come il post scriptum che suggella il romanzo (“Spero che troverai tempo per rispondermi”) e appelli del tipo “Non puoi sapere quello che sto per raccontarti, perché è successo dopo la tua morte. Sta’ a sentire”. Questa è, dunque, la visione laica e relativista della realtà emergente dal romanzo autobiografico di Daif che parte dalla descrizione dell’infanzia e degli anni adolescenziali passati in famiglia presso un villaggio libanese di montagna per giungere alla militanza comunista durante l’università. Il linguaggio è descrittivo e travolgente, liberando i luoghi, i personaggi e i pensieri con fare narrativo estremamente naturale e spontaneo, libero da orpelli stilistici classici e ridondanti. Così, nella prima parte del libro, Daif racconta gli anni ’50 e ’60 passati in un contesto sociale dove Gagarin e lo studio scolastico delle teorie galileiane, rivisitate anche in chiave drammatica (il “compagno” Brecht) costituiscono un punto di scontro tra la miope tradizione e la modernità a cui si affacciano dei giovanissimi studenti. Trasferitosi nel cuore degli anni ‘60 a Beirut per continuare gli studi, Daif milita nel partito di ispirazione marxista sognando la costituzione di uno stato comunista con lo spirito arabo: seppur cristiano maronita e, pertanto, geneticamente schierabile con l’ala falangista anti – Palestina e Islam, Daif affianca la fazione islamica, cambiando all’occorrenza pure il nome, e lottando per il popolo palestinese. La seconda parte del romanzo, figlia della prima per ideologia, si muove dal consolidamento di una visione atea progressista razionale e marxista che, man mano, si dilegua lasciando un forte dubbio esistenzialista; quel mondo solidamente definito da leggi obiettivamente date viene meno con la guerra, la disperazione, la paura e le bombe lasciando nell’intellettuale solo macerie e l’incomprensione della realtà. Il giallo dei limoni di montaliana memoria. Anarchia nei confronti di cui l’intellettuale si sente inerme. Scrivere è l’unica soluzione, è la ragione per cui vale vivere. Ecco perchè il racconto si snoda con uno smaliziato senso di rievocazione (“La mia memoria è il mio sostegno più forte, un supporto al riparo dal dubbio”) in cui si staglia il Libano con le sue sofferenze unitamente a quelle del resto del Medioriente (“Prima di proseguire in questa mia fatica, permettimi di dirti in confidenza che il Libano è uno di quei paesi che non fanno altro che allestire periodicamente delle tragedie. È uno di quei paesi che si possono paragonare alla vegetazione che spunta sulle superfici sabbiose, sono piante belle e crescono in fretta, ma poi si bruciano al calore dei primi raggi del sole”), ma liberando sempre – e con orgoglio – l’amore verso la propria arabicità e la consapevolezza di un destino avverso (“Noi arabi troviamo naturale evocare le nostre [pene], perché siamo popoli sopraffatti e umiliati dal tempo, che ci ha defraudati della dignità e dei valori più sacri”). A tratti cinico, sarcastico di sicuro, di brillante acume intellettuale, Mio caro Kawabata, pubblicato nel 1995, è un libro speciale perché racconta con uno stile narrativo semplice e disincantato, ovvero lucido e pieno di umanità, il percorso di un’intera generazione segnata dalla guerra, dalle sconfitte ideologiche, dall’appannaggio dell’identità nel riflesso della tradizione. “Le parole, quando vogliono, possono portarci lontano, e alla stessa maniera noi possiamo condurle dove vogliamo, ma non siamo i soli a comportarci così, dal momento che anche il veleno – la storia – va avanti a stento”: Rashid Daif coniuga la realtà storica con una prosa geniale per consegnare al lettore un ritratto critico del Libano. Trop Beau.

 

Traduzione e introduzione di I. Camera d'Afflitto, Roma, Edizioni Lavoro, 1998, pp. 140.

L'arabo, lingua ufficiale in ventidue nazioni

Lezione-online, azienda di e-learning con cui collaboro, ha pubblicato il mio articolo sulla lingua araba, sulla sua diffusione e sul perché studiarla. Per visualizzarlo correttamente fare clic qui.

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L’arabo è una lingua semitica parlata da almeno 400 milioni di madrelingua distribuiti nel mondo e costituisce una sorta di passepartout all’interno della comunità dei musulmani. È la lingua ufficiale di ben 22 paesi, tutti aderenti alla Lega Araba: dal Medio Oriente al Nord Africa (fino alla Mauritania e al Sudàn), dal Golfo Persico all’Iràq, è la lingua che unisce un vasto territorio complesso da molti punti di vista. L’arabo è, inoltre, una delle sei lingue ufficiali delle Nazioni Unite; l’UNESCO celebra questa lingua il 18 dicembre di ogni anno realizzando delle iniziative a favore della promozione della multiculturalità e del multilinguismo.


L’ARABO, LINGUA UFFICIALE DI 22 NAZIONI
I ventidue paesi in cui l’arabo è la lingua nazionale possiedono caratteristiche geopolitiche e background storici molto complessi. I dati demografici a disposizione sono, però, rilevatori dell’intensità del fenomeno linguistico. L’Egitto, ad esempio, è il paese arabo più densamente abitato (con ben 82.000.000 di abitanti circa) mentre il Baḥraìn è quello meno abitato (solo 1.332.000 di abitanti). Medaglia d’argento e di bronzo per numero di abitanti vanno all’Algeria e al Sudàn con rispettivamente 39.210.000 e 38.000.000 abitanti. Seguono l’Iràq e il Marocco (che si fermano a circa 33.000.000 di abitanti), dunque, l’Arabia Saudita, lo Yemen e la Siria (tutti superiori a 22.000.000 di abitanti). Gli Emirati Arabi e la Tunisia contano circa 9.500.000/10.000.000 di abitanti; seguono, infine, la Giordania, la Libia, il Libano, la Palestina, la Mauritania, l’Omàn, il Kuwait e il Qatàr (attestando una popolazione compresa tra i 6.500.000 e i 2.170.000 abitanti).

Circa il 90% di detta popolazione si professa musulmana e vive accanto alle comunità arabe di cristiani (circa il 6% della popolazione totale) e di altre confessioni (circa il 4% della popolazione totale). L’etnia è propriamente araba anche se è molto diffusa anche quella berbera nella zona nordafricana e quella curda in area mediorientale.

Altri paesi islamici, poi, per ovvie ragioni religiose, definiscono l’arabo lingua ufficiale insieme a quella più diffusa nel territorio come, ad esempio, accade del Ciad e nella Somalia. In questo caso, tuttavia, la comunità dei parlanti arabo è piuttosto ristretta.
Il quadro linguistico del mondo arabo (e, di conseguenza, l’apprendimento di questa lingua) è reso ancor più complesso dalla presenza del dialetto, una sorta di vulgata colloquiale con cui la gente ordinariamente interagisce e che ciascun bambino impara sin dalla sua più tenera età. I dialetti arabi non vanno intesi come “espressione linguistica popolare”: dal docente universitario al commerciante, dall’avvocato alla casalinga, nei contesti di ordinaria quotidianità (al mercato, dal barbiere, a casa tra amici e parenti, ad esempio) viene utilizzato al-‘amiyyah (il dialetto, per l’appunto) confinando l’arabo standard di derivazione coranica a contesti più formali. I dialetti differiscono in base al contesto geografico e possono presentare anche parlate e intonazioni che variano di città in città. Inoltre, i dialetti dell’area nordafricana presentano diversi sostrati linguistici, tra cui il berbero, e risentono dell’influenza esercitata dal francese mentre quelli dell’area del Vicino Oriente sono molto più prossimi all’arabo standard. L’arabo che si studia di norma nei corsi per stranieri, che viene utilizzato dai mass media, dalla letteratura e dal mondo editoriale, che viene utilizzato presso gli ambienti accademici e amministrativi, che è definito lingua ufficiale nei suddetti paesi e che deriva dal Corano è il Modern Standard Arabic (MSA), l’arabo standard moderno o al-fuṣḥà, l’eloquente. L’arabo del Corano ne è la forma classica.
Accanto all’arabo, l’inglese e/o il francese sono molto diffusi presso il popolo arabo come retaggio post-coloniale. L’arabo ha esercitato una forte influenza linguistica presso molte altre lingue; l’italiano, ad esempio, possiede moltissime parole di derivazione araba.


RAPPORTI TRA LA LINGUA ARABA E IL CORANO

L’arabo è, storicamente parlando, nato prima del Corano. Tuttavia, è innegabile il forte rapporto esistente tra questi due elementi. Molti, infatti, sono i riferimenti presenti nel Testo Sacro che alludono alla lingua araba, ad esempio:
• “Così noi rivelammo il Corano quale Predicazione araba (…)” , Sura XX, 1131

• “Alìf, Làm, Rà. Ecco i Segni del Libro Chiarissimo: ecco l’abbiamo rivelato in dizione araba a che abbiate a comprenderlo”, Sura XII, 1-2;

• “E noi ben sappiamo che essi dicono: “Glielo insegna un uomo!”. Ma la lingua di quello cui pensano è barbaro mentre questo è arabo chiaro!”, Sura 16, 103.

L’arabo, dunque, è la lingua dell’Islàm con cui tutt’oggi i fedeli indirizzano le lodi e le preghiere ad Allah. E ai profondi legami con il Corano si deve sia la formalizzazione della grammatica – conseguente alla nascita del Credo – sia la sua diffusione dal punto di vista territoriale. A partire, infatti, dall’VIII secolo d.C., si diffuse una nuova dominazione su tutto il Medio Oriente e il Nord Africa e le genti si convertirono all’Islàm dando vita a un lunghissimo percorso storico dalla forte identità sia linguistica sia religiosa.

 

PERCHÉ STUDIARE L’ARABO?
L’arabo è una delle lingue straniere più richieste dal mercato del lavoro. Questa competenza linguistica è sempre più ricercata dalle aziende sia italiane che estere insieme a una conoscenza approfondita (e settoriale) dell’inglese. Vediamo un po’ più nel dettaglio in quali settori lavorativi è richiesta la conoscenza dell’arabo.

Business/commercio internazionale – dal mondo arabo verso l’Occidente: sono sempre più numerosi gli investimenti (e con essi i magnati arabi, i famosi “sceicchi”) nel mondo occidentale. Gli unici attuali concorrenti sono solo i cinesi.

Business/commercio internazionale – dall’Italia verso il mondo arabo: il Made in Italy spopola nel mercato dei Sauditi e degli Emirati. Ad esempio, la moda e i marmi sono particolarmente apprezzati e ricercati.

Risorse energetiche: sono numerosissimi i progetti per la costruzione e la gestione di oleodotti, giacimenti e altre infrastrutture che vedono il partenariato con società italiane.

Giornalismo e scrittura creativa/traduzioni letterarie ed editoriali: l’attenzione rivolta verso i paesi arabi è particolarmente alta di questi tempi. Un reporter potrebbe aver di bisogno di conoscere l’arabo per meglio sfruttare le proprie fonti. Negli ultimi anni, poi, si è andata sempre più intensificandosi l’attenzione verso la produzione letteraria ed editoriale contemporanea araba.

 • Terzo settore/Mondo sociale: purtroppo, sono molti gli arabi che cercano migliori condizioni di vita emigrando così dai propri paesi. Il fenomeno delle migrazioni (quasi sempre in condizioni drammatiche) è di dolorosa attualità e interessa moltissimo l’Italia. Gli operatori sociali – ma anche i professionisti che lavorano nel mondo sanitario, le forze armate e i mediatori culturali e linguistici – sono chiamati a conoscere questa lingua per meglio interagire e prestare adeguato soccorso.
Chiaramente il presente elenco non è esaustivo ma indicativo di come l’arabo sia sempre più ricercato oggi tra le competenze professionali. Vero è che in contesti professionali l’inglese è ancora la lingua maggiormente utilizzata ma “l’apertura verso nuovi mercati del mondo arabo e l’intensificazione dei rapporti commerciali con tali paesi hanno reso la conoscenza della lingua cosa gradita e spesso richiesta, se non fondamentale, in alcuni profili lavorativi”

(cit. Saana Darghmouni, Arabo per affari, Hoepli, 2016).

 

1 La traduzione in italiano dei versetti ivi indicati è di A. Bausani, cit. Il Corano, ed. Rizzoli, 2000.

 

Valentina Di Bennardo

Docente Lingua Araba

www.vdbtranslations.it



Cos'è il Ramadàn?

Lezione-online, azienda di e-learning con cui collaboro, ha pubblicato il mio articolo sul Ramadàn. Per visualizzarlo correttamente fare clic qui

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“E il mese di Ramaḍàn, il mese in cui fu rivelato il Corano come guida per gli uomini
e prova chiara di retta direzione e salvazione; non appena vedete la nuova luna,
digiunate per tutto quel mese, e chi è malato o in viaggio digiuni in seguito per altrettanti giorni.
Iddio desidera agio per voi, non disagio, e vuole che compiate il numero dei giorni
e che glorificate Iddio, perché vi ha guidato sulla retta Via,
nella speranza che Gli siate grati”.
(Corano II, 185)

 

Il Corano parla chiaro: nel mese della Rivelazione coranica, è opportuno digiunare a gloria di Iddio. Il Ramaḍàn, nono mese del calendario lunare islamico, è da poco cominciato. Con chiaro riferimento al nostro calendario gregoriano, il mese del digiuno ha avuto inizio la sera del 16 maggio e si concluderà il 14 giugno 2018.

Ma cos’è esattamente il Ramaḍàn? Perché i musulmani digiunano? Vediamo di scoprire punto per punto il significato di questo momento così importante per la comunità musulmana.  

CALENDARIO LUNARE ISLAMICO

Alessandro Bausani, celebre arabista e islamista italiano, spiega con chiarezza il calendario lunare affermando che: “Avendo Muḥammad abolito come empietà (Corano IX, 37) il mese intercalare che nel paganesimo preislamico ogni due o tre anni ristabiliva l’equilibrio fra il calendario solare e quello lunare, si ritornò con l’Islam al calendario lunare puro, prescindendo completamente da ogni corrispondenza di questo con le stagioni. I mesi lunari musulmani sono alternativamente di 29 e 30 giorni cosicché l’anno è, in tutto, di 354 giorni e addietro di undici giorni su quello solare”. Ecco, dunque, perché non vi è esatta corrispondenza tra i mesi del calendario islamico e quelli del calendario gregoriano; inoltre, questo spiega anche perché il Ramaḍàn cada in periodi diversi anno dopo anno. Si ricordi, poi, che la numerazione dell’anno non coincide con quella occidentale dal momento che essa parte dall’anno in cui avvenne l’egira, hijrah, quando cioè il Profeta lasciò la Mecca per recarsi a Medina (anno 622 d.C.): per i musulmani siamo, dunque, nell’anno 1439. Il calcolo dell’inizio del mese è particolarmente scrupoloso. Gli astronomi o i religiosi che hanno conoscenza di astronomia devono osservare il cielo notturno e individuare il primissimo falcetto di luna che indica la luna nuova. Solo in quel momento inizia il mese e, di conseguenza, inizia il digiuno. 

RAMAḌÀN: SOLO DIGIUNO?

L’idea che ci si debba astenere dall’assunzione di cibo e bevande per tutta la giornata per un mese intero è una cosa che colpisce gli occidentali i quali semplificano e, a volte, banalizzano il Ramaḍàn. Il digiuno (ṣawm o ṣiyàm) durante questo mese è e rimane meritorio anche se non obbligatorio. La Legge, infatti, ammette e raccomanda il digiuno volontario. Per digiuno si intende l’astensione non solo da cibo e bevanda dall’alba al tramonto ma anche da qualsiasi atto sessuale e da azioni e/o parole cattive: si raccomanda, dunque, di non litigare, di non mentire, di non calunniare e di non fare cattivi pensieri. Il digiuno è valido per tutti i musulmani eccezion fatta per minorenni, malati di mente, malati cronici, anziani, donne in gravidanza o durante l’allattamento o la mestruazione, i viaggiatori, chi deve compiere lavori pesanti, soprattutto, di pubblica utilità. Le donne che si trovano nelle suddette circostante e coloro i quali sono in viaggio o compiono lavori pesanti dovranno riscattare i giorni perduti di digiuno; tutti gli altri “esentati” possono riscattarsi dando un’elemosina straordinaria ai poveri. Stando ai dettami del Corano, l’inizio del giorno del Ramaḍàn è calcolato al momento in cui si delinea all’orizzonte il primo filo di luce. In questo mese, poi, la preghiera va fatta precedere dalla dichiarazione di volersi accingere al digiuno (niyyah). Il digiuno si interrompe non appena il sole è tramontato. Di solito, si compie un pasto poco prima dell’aurora, il saḥùr, per acquisire le giuste forze. Il pasto che rompe il digiuno si chiama ifṭàr; tradizionalmente si interrompe l’astensione dal cibo e dalle bevande dando un morso a un dattero in memoria del Profeta.Il digiuno del Ramaḍàn fa parte delle cinque prescrizioni dell’Islam, conosciute anche come i pilastri della fede islamica, ed è, di conseguenza, di importanza assoluta per la comunità musulmana (le altre prescrizioni sono: la shahàdah, o professione di fede, la ṣalàt o preghiera, la zakàt o elemosina rituale e il ḥajj o pellegrinaggio alla Mecca). Da qui derivano la sua peculiare importanza e l’osservanza capillare da parte dei musulmani.

Il Ramaḍàn è, dunque, un mese fervido dal punto di vista spirituale dal momento che, accanto al digiuno, si dà spazio anche alla preghiera, alla meditazione e all’autodisciplina. Non è facile, poi, digiunare quando questo mese cade nel periodo estivo i cui giorni sono più lunghi e le temperature particolarmente elevate.

 

FESTA IN FAMIGLIA

Il Ramaḍàn è un periodo di condivisione a livello famigliare. La famiglia, da sempre centrale nella mentalità islamica, si riunisce durante l’iftàr consumando una grande quantità di cibo in un’atmosfera serena e rilassata. Le pietanze variano a seconda del paese ma, di solito, si possono consumare antipasti vari, zuppe, insalate, un piatto principale a base proteica e dei dolci.

La conclusione del mese di Ramaḍàn è segnata da una delle due feste più importanti dell’anno islamico, al-‘ìd aṣ-ṣaghìr, letteralmente “la festa piccola”, detta anche‘ìd al-fiṭr, “festa della rottura del digiuno” (per completezza, l’altra festa importante per l’anno islamico è al-‘ìd al-kabìr, “la festa grande”, che ha luogo il decimo giorno del mese di dhù’l-ḥijjah). Si tratta di una festa molto sentita, nonostante sia definita “piccola”. In questo giorno ci si reca in moschea dove si recita una preghiera pubblica, la ṣalàt al-‘ìd. L’atmosfera che si vive è molto simile a quella natalizia tipicamente occidentale: come per il Natale, ci si scambia dei doni, le case sono addobbate e si trascorre la giornata in compagnia della famiglia e degli amici.

 

TRADIZIONI DAL MONDO

Se quanto finora riportato ha una valenza generale e vale per tutta la comunità islamica distribuita nel mondo, è anche vero che ciascun paese a maggioranza islamica possiede tradizioni specifiche che potrete conoscere qualora in viaggio durante questo periodo. In Libano, ad esempio, l’inizio e la fine dell’astinenza da cibo e bevande è segnata dallo scoppio quotidiano dei cannoni. Si tratta di un’usanza risalente a più di 200 anni fa quando, cioè, la Nazione faceva parte dell’Impero Ottomano. Troverete in Egitto, invece, delle bellissime e colorate lanterne, dette fànùs, simbolo di gioia e unità. Hanno un valore più culturale che religioso ma sono associate al mese del digiuno. Spesso al tramonto i bambini vanno in giro con le fanùs intonando dei canti e chiedendo ai passanti dei piccoli doni. In Iraq, invece, si gioca a mheibes, un gioco a squadra che può contare anche da 40 a 250 giocatori. Il gioco consiste nel nascondere un anello che l’altra squadra deve trovare: un giocatore, dunque, si muove tra i suoi compagni e dà l’anello a una persona; uno dei giocatori dell’altra squadra deve capire, attraverso le espressioni facciali e il linguaggio del corpo, chi ha l’anello.

 

GLI AUGURI

Se si hanno dei rapporti con dei musulmani, sono apprezzate le espressioni di augurio in virtù del periodo così fervido dal punto di vista spirituale: allora, va a tutta la comunità islamica il nostro più sentito “Ramaḍàn mubàrak” o “Ramaḍàn karìm”.

Valentina Di Bennardo

Docente Lingua Araba

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