Una passeggiata nel mercato di Bassora

"Amakin harrah" (pubblicato nel 2006 dalla casa editrice libanese Al-Adab) è un romanzo dello scrittore iracheno Janan Jassim Hallawi, autore del tutto sconosciuto nel panorama letterario internazionale in lingua italiana. Il  tessuto narrativo si sviluppa attraverso il racconto di storie di diversi personaggi che, pur partiti da luoghi e città differenti o trovandosi in contesti urbani e sociali totalmente diversi gli uni dagli altri, , nel corso del tempo, si ritrovano a Bassora, città natale dell'autore. La complessità narrativa del romanzo rispecchia a piè pari la complessità del Paese. I personaggi principali, infatti, sono rappresentanti delle varie comunità presenti nel territorio iracheno; un'eterogeneità culturale che ha arricchito il Paese nel corso dei secoli attraverso le differenti specifiche culturali e religiose: Khadayar, Badariyya e Himdàn (cristiani); Mustafà (curdo, sunnita); Fatima e Yasìn (sciiti). Una pluralità che si rispecchia nel titolo: "Amakin Harrah" (Luoghi caldi), ovvero, luoghi,  spazi comuni e privati infuocati. Il dramma storico che attanaglia la nazione investe ogni angolo della propria vita quotidiana incenerendo la speranza e ogni minimo frammento di pace e tranquillità. La trama di questo romanzo si arricchisce, altresì, di particolari storici significativi che gettano luce sul work in progress storico del Novecento iracheno. Si parla di censura, di socialismo, di inglesi, di petrolio, di colpi di stato e del partito Ba’th; al centro del tessuto narrativo, vi è quella forza rievocatrice letteraria che non trasforma i fatti in estetica, ma al contrario con fare quasi didascalico consegna ai propri personaggi il compito di descrivere l’Iraq nei vari passaggi storici che contraddistinguono il Novecento.

 

Ho deciso di dedicare un post a questo libro, innanzitutto, per la bellezza narrativa del romanzo, poi, per l'attenzione e l'amore espressi verso l'Iraq (che non fa più notizia! Sembra che l'Occidente l'abbia completamente dimenticato) e, infine, per il senso della memoria al quale l'autore erge un monumento letterario. Mi è piaciuta moltissimo la descrizione del centro storico e, in particolare, del mercato di Bassora. Ne ho voluto, così, ricreare l'atmosfera proponendovi dei paragrafi che ho tradotto dall'arabo. Dal Capitolo 7 "Una pentola di rame che riflette una luce insopportabile. Un secchio dal fondo argentato che luccica. Cucchiai con colli di varie lunghezze. Una falce. Denti imbrattati di succo di trifoglio egiziano. Giornali inglesi – oh, che sorpresa! – stampati da non più di un mese attirano l’attenzione di quei pochi stranieri rimasti in questa assolata terra, lontana dai saloni dell’Imperatrice sul cui regno non tramonta mai il sole. Le riviste Al Hilàl, Al Muqtataf e Al Usùr irrompono infrangendo gli ammonimenti dell’oscurantismo e riportando le notizie sui progressi scientifici e sulle sopraggiunte invenzioni. Una ‘iqàl sfilacciata. Scarpe di seconda mano alcune delle quali rivestite internamente di pelliccia – poi, dimmi, però, chi è quel pazzo che se le compra con ‘sto caldo a Bassora? Una penna stilografica Conklin famosa per il crescent filler e un calamaio marca Berker. Sagàgìd per una preghiera profonda e di lode. Martelli, chiodi, coltelli. Riviste straniere, arrivate con i militari, dalle copertine colorate e scandalose: queste foto di bionde spalmate sulla riva del mare col solo maillot addosso non sono tollerate dai conservatori che, allo loro vista, girano la faccia cercando rifugio da Satana. Roba vecchia ricoperta dalla sabbia del deserto. Un elmetto militare tedesco contenente una lettera (sembra proprio che sia stata scritta dallo stesso militare) che nessuno ha mai aperto – ma chi vuoi che conosca il tedesco qui? Un orologio da taschino argentato le cui lancette girano dentro a un veliero. Narghilè. Tabacchiere. Una stufa a petrolio Barims buona per il lavoro. Tavolette di pietra spaccate in due parti su cui compaiono scritte cuneiformi, immagini dipinte di buffi pesci giganti e piccole raffigurazioni umane bizzarre dalle silhouette estese, piedini minuscoli e senza un solo orecchio. La gente non vi si accosta perché è convinta che si tratti di opere pagane. Di diverso avviso sono gli inglesi che, esaminate le tavolette con sorpresa e compratele a basso costo, le avvolgono prudenti con pezzuole di pelle, quasi fossero di cristallo, prima di seppellirle clandestinamente e con bramosia nelle loro valigie. Fili, bottoni, corde, coppe, fibre, cinte. Cose vecchie e nuove, brillanti e lisce o arrugginite, usate e consumate, economiche e dispendiose, importanti e senza valore, tutto ciò che l’uomo ha odiato e desiderato, dimenticato e scoperto, fabbricato e tralasciato, che gli è stato sottratto oppure che ha rubato, ovvero che è stato abbandonato e sotterrato nella notte dei tempi e solo ora riesumato: È tutto quello che si trova sopra i sacchi di tela di canapa che Yasìn stende davanti a se". "Il sole sibila e colpisce il suo volto. Indietreggia un poco cercando rifugio all’ombra del muro. Chi si ferma a guardare la merce non lo degna di un solo sguardo e, incurante della sua presenza, ispeziona con attenzione la roba esposta, la comprime, la gira, la scruta, le passa la mano sopra, la rigira, la capovolge, ma alla fine molla tutto e passa avanti. Yasìn sistema con pazienza ciò che le mani hanno messo in disordine, spostato e afferrato". "Il mercato del venerdì ha luogo nella parte ricadente tra il postribolo e il vecchio mercato. Si estende incastrandosi in profondità nei vicoli che, interni alle lupanare, si insinuano tra le case di piacere e le dimore della passione vietata. Qui vendono le cose vecchie appiccicati ai muri ed esponendo la merce su fogli di giornale, sedie di legno oppure direttamente a terra. Viene esposto ciò che può tornare utile o colpire l’interesse di chi passa, osserva e ricerca districandosi in un passaggio striminzito attraverso cui si fluisce. Quando si intensifica, poi, la calca, si è costretti a saltare sopra la stessa mercanzia. Una volta vi si recavano i poveri, i bisognosi e gli appassionati di paccottiglie e libri; prendevano vicoli che, sebbene sparsi qua e là, conducevano al vecchio mercato, alla pescheria, al mercato degli uccelli, nonché alle case del piacere etichettate dagli abitanti di Bassora con nomi del tipo “Il Bordello”, “Il Vicolo”, “Lo Strusciamento”. Si tratta di vecchie case costruite in mattoni foderati di sale prodotto dall’umidità e dalle piogge. Le porte sono sempre aperte a metà lanciando un chiaro messaggio; i cannicci alle finestre sono ambigui e le vecchie persiane esalano soffi di piacere. La casa avvolge voluttà che si ripetono. Sono luoghi caldi e sicuri, generosi e segreti, chiusi e conosciuti, decantati dalle leggende e schiamazzanti di notte. Luci dorate di lampade a petrolio risplendono tremule in un vuoto dove vagano odori di essenze, fragranze di corpi e secrezioni in un’atmosfera che chiude a chiave il fumo delle sigarette, l’oppio, il narghilé, le pipe: luoghi di seduzioni che confluiscono ogni volta in tristi vacuità". "Ecco che le vendite si affievoliscono e calano. È legge di mercato unire gli interessi economici alla prudenza. Gli esseri si aggirano nel caldo tormentati dalla sete. Le dishdàsh sono madide di sudore e si incollano ai corpi. Yasìn ritorna a girovagare nel vecchio mercato. È contrariato. Si intrufola tra le donne avvicinandosi alle anziane benestanti e ripetendo: “Facchino …Facchino!”. Una di queste lo assolda. Riempie il cesto con i suoi acquisti. Le va dietro quando lei cammina, e si arresta quando lei si ferma a ispezionare con attenzione le merci, le cose, gli articoli e la roba esposta. Compra senza fretta ciò che vuole. Mercanteggia sul prezzo di ciò che desidera, dunque, si dirige a casa sua con stoicità e lentezza compiendo distanze considerevoli. Yasìn la raggiunge appesantito dal cesto gonfio d’acquisti che gli opprime la schiena e con la cinghia fissata sulla fronte. Il collo si irrigidisce. Le spalle sono legate davanti con un fissaggio logorante che lo fa camminare curvo, pedinando l’ombra della donna, il mantello nero e il ticchettio dei tacchi delle sue scarpe. Il vecchio mercato ha vicoli ciechi che si estendono nei paraggi di Bassora vecchia, ovvero, nello spazio contenuto tra Az – Zabir e Al-Mabghà, e in quello tra As – Saif e Al-Mashràq. Qui si animano strette botteghe dalle porte di lamiera e dai muri di mattoni grossi e d’argilla da cui sporgono tende di canapa in balia del vento e della pioggia. Tettoie ed esposizioni di legno vengono allestite conferendo alle botteghe un’immagine strana, aliena. Qui si ammucchiano mazzi di ravanelli, prezzemolo, crescione, porri e lattuga; si tratta di vere e proprie esposizioni di verzura irrorata d’acqua – un trucco escogitato dai contadini per favorire il singolo acquisto del loro prodotto risplendente sotto i raggi del sole come collinette vegetali circondate dalla gente che di esse è attorniata". "La giornata volge al pomeriggio. Il colore del cielo sbiadisce e regna una luce bianca priva del colore del sole. La gente comincia a scarseggiare. Yasìn prova a racimolare qualche d’uno. Chiudere il venerdì con un poco di rupie, qualche spicciolo e una manciata di fulùs garantisce appena un solo pasto di riso e salsa con un poco di osso e carne. Vagabonda qui e là. I venditori generosi gettano nel suo cesto un po’ di verdura, frutta e datteri. Due occhi neri lo colpiscono come fiamme che brillano di passione. Lo attira una bocca rosso ciliegia. Un viso che trasmette dolcezza alla sola vista e un corpo seducente che traspira un profumo di muschio e incenso adulandosi. Una mano sottile si posa sulla sua spalla come alito d’aria. Parla e le labbra lasciano intravedere un comando sottile e insidioso: - “Facchino, vieni con me”. - “Sì”. Compra frutta e verdura, cereali e spezie, carne e pane. Riempie il suo cesto. La segue al negozio di henna. Vi acquista boccette di acquavite di Zahla, bottiglie di nero, frutta secca ed esce. Barcolla dietro lei ma riacquista energia alla vista delle natiche incastrate fra il suo mantello che si muove liberamente sul dorso e sulle spalle. Il suo è il corpo di una ragazza formosa; il collo lungo mette in luce i seni che vibrano con sobbalzi seducenti, affascinando le lingue, gli occhi e i cuori. Attraversano il mercato del venerdì, ora abbandonato, per dirigersi verso Via Al – Mabghà. Arrivano all’ambulatorio, oggi chiuso, edificato dagli inglesi per la cura dei loro militari dal tracoma, dalla malaria, dalla bilharziosi e dalla sifilide nascosta che hanno portato seco dal loro impero. Yasìn suda. Respira affannosamente trovando difficoltà col sudore agli occhi mentre piega la schiena contro il fardello". "L’ora del tramonto coincide con la serenità del buio che si riappacifica nei vicoli e si scurisce, mentre le lampade a nafta incontrano luci deboli sulle soglie dei vicoli e degli angoli delle case e degli spazi. La sera è una buia cavità. Le stelle, sparpagliate come lentiggini d’argento nelle lontane contrade, sguazzano nelle acque delle ombre e, pur apparendo vicine, lampeggiano con purezza. L’aria, carica di spessa umidità, scende sui petti appesantendo i fiati e deprimendo la gente. L’estate inveisce e l’aria soffia con un tanfo che sa di mare e di acque stagnanti del fiume. L’aria calda è umida come una spugna imbevuta d’acqua. Si ferma sopra Bassora, sulle creature che in questa sera sudano, sono salate e infangate, e strisciano verso i covi per riposarsi dopo un giorno appesantito dal lavoro che procura gioia". "Amàkin harrah" è l’Iraq. Ne rappresenta la storia, ne narra le sofferenze, la paura e la povertà di un popolo. Racconta della quotidianità di individui a cui è stata negata l’abitudinaria esistenza. Ma è anche memoria e amore per il proprio Paese.