Una riflessione su "Passaggi in Siria" di Samar Yazbek, Sellerio editore, tradotto dall'inglese da A. Genchi

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Il libro Passaggi in Siria di Samar Yazbek, edito da Sellerio in traduzione italiana di Andrea Genchi, è rimasto per molto tempo sul mio comodino. Non solo per la tipica mancanza di tempo e forze da dedicare alla lettura (una condizione comune a tutte le mamme di impavidi treenni!) ma, soprattutto, per il senso di orrore, tristezza e desolazione che mi ha attanagliato sin dalla prima pagina. Ho sentito l’odore acre del sangue, le grida di terrore, il frastuono delle bombe e la polvere sollevatasi al crollo di una palazzina. Un sentimento fastidioso, disumano. È la guerra. Un dolore ancor più pesante per me da sopportare in virtù dei felici ricordi di una Siria in cui ho vissuto per quasi un semestre, di un Paese che ho amato, di un popolo che ho conosciuto. Leggere questo libro è un pugno allo stomaco.  

LA SIRIA IN GUERRA

“Questa rivoluzione è stata una sequela di tradimenti, menzogne e pugnalate alle spalle.”

La scrittrice siriana Samar Yazbek ha preso parte sin dall’inizio, nel marzo del 2011, alla sollevazione contro la dittatura di Bashar al-Assad, ai cortei pacifici organizzati ogni venerdì e dispersi dai carri armati e dai cecchini, ai comitati locali. Anche lei viene arrestata, picchiata, trascinata in una prigione da sconosciuti affinché veda con i propri occhi la sorte riservata ai dimostranti. I suoi carcerieri vogliono terrorizzarla, metterla a tacere. Ne fanno invece una stenografa, una scrivana di questa rivoluzione pacifica repressa con straordinaria brutalità (Christophe Boltanski, dalla Nota al volume). Costretta a lasciare il suo Paese, l’autrice vive da esule in Francia dove continua a battersi denunciando ogni atrocità. È tornata tre volte in Siria attraversando il confine illecitamente e rischiando la vita per aiutare donne e persone bisognose attraverso progetti di carattere sociale ed educativo. A partire dal 2013 la delicata situazione siriana si complica: con l’avanzata dell’Isis aumentano i combattenti stranieri e gli estremisti religiosi e con essi massacri, esecuzioni e rapimenti. La rivoluzione si è trasformata in lotta armata e ha assunto connotati religiosi, anzi, alla società è stato imposto di indossare una maschera fondamentalista, totalmente estranea alla sua natura.

Dilaniata da un guerra in cui, a mio modestissimo parere, gli schieramenti non sono affatto chiari, il ritratto che l’autrice ci offre del Paese oggi è alquanto desolante:

“Il ritratto della Siria che ho in mente è quanto di più lontano dall’ordinario. Mostra un insieme di parti del corpo smembrate, la testa mancante e il braccio destro che ciondola in modo precario. Poi si nota un rivolo di sangue che sgocciola lentamente dalla cornice e scompare, assorbito dal terreno polveroso sottostante. È l’immagine della catastrofe che i siriani devono affrontare ogni giorno.”

Un Paese disastrato, di cui riconosce una colpa che impedisce la concretizzazione reale del bene comune:

“Nel nostro paese manca la cultura del lavorare insieme per il bene della società, una cultura della cittadinanza” dissi io. “Ecco perché scoppiano le dispute territoriali, le rivalità tra i vari gruppi. È una conseguenza diretta del totalitarismo. Di questo passo, andremo verso la disintegrazione totale della società”.

Samar Yazbek ha realizzato un reportage di guerra attraverso i suoi “passaggi” in Siria da clandestina, lei che vive da esiliata in Francia con la figlia. Ma cosa l’ha spinta a entrare più volte in un Paese martoriato dalla guerra? Cosa l’ha spinta in questo viaggio fuori dall’ordinario, con il fiato della morte sempre sul collo? Samar Yazbek non si è limitata ad assistere al terribile scenario di guerra da spettatrice, comodamente seduta in un salotto parigino; ha deciso di impegnarsi, di scendere in campo, di rischiare la vita per il proprio Paese:

“Mi resi conto che vivevo sospesa tra due mondi: quello in cui tornavo e quello verso cui partivo. Tenevo conferenze in tanti paesi, tentando di spiegare la realtà di quanto stava accadendo in Siria e cercando di comprendere in che modo la gente ci vedesse. E ogni volta mi ritrovavo immersa in una profonda sensazione di vuoto, dalla quale nulla poteva riscattarmi se non la prospettiva di ripartire per la Siria. Quindi ritornavo a vivere qui, in mezzo ai rivoluzionari e alla gente comune, e ogni volta ero attanagliata dalla rabbia e dallo sconforto per la grande ingiustizia che aveva colpito il nostro popolo e la nostra causa.”

Samar Yazbek sente addosso una responsabilità civile ed etica che va oltre il comune senso del dovere. La sua testimonianza è utile per capire cosa davvero sta succedendo in Siria, è il riscatto delle vite che si stanno consumando:

“La mia pretesa di farmi portavoce di questa esperienza è purtuttavia una sorta di impostura estetica, un’impostura odiosa che posso solo sperare di riscattare attraverso il mio desiderio di scrivere, narrare ed esporre la verità su quanto sta accadendo. Esporre tale verità mi appare un dovere nei confronti di tutte le persone che sono morte difendendo l’ideale di una Siria libera e giusta.”

La scrittrice non poteva rimanere confinata al suo esilio. Inevitabilmente i legami con il luogo d’origine non vengono mai tagliati perché internet riesce a stabilire contatti immediati riavvicinandola alla sua Patria. La perdita della propria identità è riscattata dal World Wide Web:

“Vivere in esilio, oggi, non significava più essere irrevocabilmente tagliati fuori dal proprio luogo d’origine. Al contrario, tali luoghi permanevano presenti e accessibili nella misura in cui era ancora possibile interagire online con chi era rimasto ed essere informati in tempo reale sugli avvenimenti. Sotto questo aspetto, l’esilio non implicava più una sensazione di perdita di identità così intensa come era stato prima della diffusione di internet.”

Samar Yazbek arriva in Siria con l’obiettivo non solo di documentare la guerra ma anche di realizzare progetti a carattere sociale rivolti, soprattutto, alle donne. I siriani la accolgono bene ma le loro azioni sembrano essere velate di malinconia:

“Continuavano a riempirmi di premure o forse si aggrappavano alla mia stessa convinzione: sapevano che potevamo contare solo gli uni sugli altri, che dovevamo proteggerci e proteggere i nostri ideali: libertà e dignità. Mi venne il sospetto che ai loro occhi fossi un concetto astratto, e anch’io certamente li consideravo allo stesso modo: incarnavano il mio sogno di una Siria libera e democratica. Tuttavia, alla luce dei profondi cambiamenti avvenuti dall’inizio della rivoluzione, continuare a credere in quel genere di ideali era come catturare il vento con le mani.”

Coinvolgere, però, le donne nei progetti di carattere sociale non è sempre facile. L’autrice si rende conto che sono proprio loro a pagare il prezzo più alto in questo conflitto:

“Durante questo secondo in viaggio in Siria, avevo cominciato a elaborare dei piani per lavorare con le donne delle aree rurali di Idlib. Erano zone difficili da penetrare, non tanto per le specifiche condizioni di vita delle donne, quanto per la situazione complessiva della campagna siriana dove, nel corso degli ultimi decenni, si era registrato un serio arretramento non solo sul piano economico, ma anche su quello sociale e culturale. Erano le donne a pagare il prezzo più salato di questa guerra, e la situazione per loro stava diventando sempre più pericolosa a seguito dell’infiltrazione di gruppi integralisti, estranei alla società siriana, e al loro tentativo di imporre abitudini e regole di vita differenti.”

Ma dalle donne viene la vita:

“Si strofinò il ventre gonfio e proseguì. “Resterò incinta ogni nove mesi e continuerò a fare figli per evitare di estinguerci. I nostri figli riconquisteranno i nostri diritti. Vogliamo che siano istruiti. Vogliamo che combattano così che possiamo tornare nelle nostre case. Non ci piegheremo a Bashar al-Assad. Non ci piegheremo mai. E non ci arrenderemo”.

Il racconto di guerra non è facile. Si vive in costante paura, nessuno è al sicuro, anzi, più volte il pensiero dell’autrice va a chi l’ha accompagnata, l’ha protetta, l’ha aiutata mettendo la propria vita in pericolo:

“Si ripetevano gli stessi particolari di sempre: storie che generavano altre storie, il male che cercava di vendicarsi del male, l’arrancare degli sfollati, l’espressione assente sui volti delle persone costrette a subire la durezza dei bombardamenti quotidiani e la venatura perennemente cinerea nei loro occhi. Quegli sguardi non erano di certo una novità ma c’era un’emozione che prevaleva sulle altre, incollata alle pupille: l’orrore. (…) Non c’era nulla che crescesse, se non l’odio che dilagava di pari passo con le tossine venefiche sganciate dai bombardieri.”

Il fondamentalismo islamico si è insidiato nel Paese come possibile alternativa al regime di Assad. Un’opzione non gradita, estranea ai siriani, manovrata da altri “poteri” ma che, tuttavia, avrebbe allontanato il popolo dagli ideali nazionali laicamente concepiti:

“Gli domandai la sua opinione sull’idea di uno stato islamico e lui ammise che c’era chi voleva instaurare un califfato in risposta all’eccessiva violenza del regime. La gente si sentiva protetta da al-Nusra e dalla sua religiosità: non essendoci alternative alla morte, quantomeno con loro c’era la certezza di accedere alla vita eterna. La popolazione era passata dal sufismo al salafismo (…). Questo cambiamento di mentalità nella popolazione avrebbe condotto quasi certamente alla negazione della laicità; i movimenti del popolo si sarebbero radicalizzati e il fondamentalismo religioso avrebbe assunto il controllo delle istituzioni. Uno stato laico, a quel punto, si sarebbe rivelato impossibile.”

“Non bisogna mai perdere di vista alcun dettaglio, neanche quello apparentemente più insignificante, e, più d’ogni altra cosa, non bisogna mai lasciarsi perdere dallo sconforto davanti ai corpi orrendamente mutilati e alle case completamente distrutte; non devi mai dimenticare, neanche per un solo istante, che cedere significa complicare la vita a chi ti sta intorno.”

Il fondamentalismo islamico trova una sua chiara e logica spiegazione nella parole di un combattente:

“Questo cambio di mentalità dimostra un’ignoranza totale della religione e dell’Islam” riprese Raed, rivolgendosi direttamente a me. “L’ignoranza è alla base dell’estremismo”.

Interessante anche questo passaggio:

“Al-Nusra vuole il califfato islamico” lo interruppe Abu al-Majd, “ma questo è impossibile in Siria. È molto difficile. Questa è una rivoluzione di tutti i siriani”. Si alzò in piedi continuando a rivolgersi a me: “Siamo soli, il mondo ci ha abbandonato e Hezbollah combatte al fianco di Assad, contro di noi. Nessuno può sapere cosa accadrà”.

Il mondo intero assiste ormai da anni a questa guerra, a questo nefasto spettacolo, impassibile cercando di schierarsi dalla parte dei buoni, il fronte dei giusti, in un atteggiamento alquanto infantile… Tuttavia, seguendo questo ultimo punto di vista, chi è il buono? Chi è il cattivo?:

“Il mondo esterno non crederà mai che quanto sta accadendo in Siria – ciò di cui tutto il mondo è testimone – non è altro che il desiderio degli attori della comunità internazionale di assicurarsi la propria salvezza. Altri muoiono al posto loro. Continuano a vivere come se nulla fosse, proprio mentre la vita si spegne davanti ai loro occhi. Sono loro i sopravvissuti, ed è questo ciò che conta. È un istinto carnale paragonabile alla lussuria. I voyeur di tutto il mondo si stanno godendo lo spettacolo di una Siria che lotta disperatamente per la sopravvivenza – una scena costituita essenzialmente dai cumuli di cadaveri siriani. Il mondo si accontenta di osservare, di colorire e rendere ancora più sensazionale la messinscena della guerra tra Assad e l’Isis, lo spauracchio che ormai è cresciuto fino a diventare il mostro spaventoso di cui avevano bisogno per placare la loro coscienza, o meglio mancanza di coscienza. (…) attraverso immagini efferate che fanno di noi dei mostri indifferenti alle barbarie, la macchina mediatica globale sforna aggiornamenti a getto continuo in modo che ogni vittima cancelli il ricordo di quella precedente, generando una disgustosa familiarità con l’atrocità e la vastità della morte. Consumiamo notizie e poi le gettiamo nella spazzatura. (…) Una rivoluzione popolare e pacifica contro un dittatore è precipitata nella spirale di una rivolta armata contro l’esercito e lo Stato, finché gli islamisti si sono impadroniti della scena trasformando i siriani in marionette di una guerra per procura, su un palcoscenico insanguinato nel quale l’Isis recita il ruolo di protagonista.”

Mentre i vari protagonisti di questo sanguinoso conflitto vanno in scena recitando ognuno la propria parte, la Siria vive una lenta agonia da cui difficilmente riuscirà a riprendersi:

“Mentre il mondo intero è ossessionato dallo “Stato Islamico”, gli aerei di Assad continuano a sganciare bombe sui civili nelle province di Idlib e Damasco, Homs e Aleppo. Il mondo sembra quasi attendere che lo spettro nebuloso dell’Isis diventi nitido, che si cristallizzi, mentre i civili innocenti continuano a cadere sotto i colpi di mortaio del regime e le sciabole dei militanti islamisti. Gli ingranaggi dei negoziati internazionali ruotano lenti, e nel frattempo il sangue continua a scorrere e gli sfollati, destinati a diventare profughi, si contano a milioni. La Siria non sarà mai più la stessa: è stata impiccata, sbudellata e squartata.”

D’altronde, l’unico vincitore di questo conflitto sarà solo uno:

“Ad ogni buon conto, l’unico vincitore in Siria è la morte: ovunque non si parla d’altro. Tutto è relativo, tutto è in dubbio; l’unica certezza è che la morte trionferà.”

Samar Yazbek lava il sangue versato con le parole, consapevole del potente strumento della scrittura. Scrivere è costruttivo, è un mezzo attraverso il quale far ripartire la vita, bloccata negli ingranaggi della morte:

“La scrittura è un cammino verso la consapevolezza, attraverso la sua complessa relazione con la morte. È una riproduzione della vita, e al contempo un coraggioso atto di sfida alla morte. Ma di fronte ad essa rappresenta anche una sconfitta, in quanto la morta, in ultima analisi, con tutti gli interrogativi complessi che pone, della scrittura è sia l’impulso sia la sorgente. Eppure è una sconfitta eroica, che dimostra coraggio. Finora non avevo mai compreso quest’ineluttabile sovrapposizione tra la scrittura e la morte.”

LETTERATURA SIRIANA IN TEMPI DI GUERRA

Dalla scrittura nasce la speranza, dunque, la consapevolezza. Lo scenario letterario contemporaneo siriano è, da un lato, stracciato dalla guerra e dalla esasperazione, dall’altro, sembra essere alquanto prolifico.

La Rivoluzione Siriana – come qualcuno la chiama – è giunta oggi all’ottavo anno e con essa si contano circa 50 romanzi già pubblicati. La guerra ha spinto molti siriani ad abbandonare la propria casa, a trasferirsi all’estero o nei campi profughi. Molti sono i giornalisti e gli scrittori emergenti che hanno raccontato la loro storia, il loro punto di vista affinché il mondo sappia quanto sta succedendo. E, così mentre in patria la censura blocca le loro opere, all’estero vengono pubblicate con molto piacere, soprattutto, a Beyrut dove le case editrici sembrano molto interessate a questo genere di romanzi. Ma c’è anche chi preferisce rimanere in Siria e farsi pubblicare i lavori fuori dai confini nazionali. Gli scrittori che hanno realizzato queste opere sono tantissimi: si va dai più famosi come Nabil Suleyman, Khaled Khalifa e la stessa Samar Yazbek a penne emergenti come Fadi Azzam, Eitab Ahmad shabib e Dima Wannus. È il fronte della letteratura bellica siriana che non dimentica affatto le proprie origini letterarie, non dissacra la fisionomia del romanzo siriano ma lo trasforma almeno nel contenuto e questo è risaputo anche alla nuova generazione di scrittori che hasn’t ignored the history upon which their predecessors built the Syrian novel, but they are bolder, daring to name the acts of political and historical degradation and brutality they have witnessed. (…) Despite the distribution and diaspora of novelists both in Syria and in exile, they set out from a common ground that unies their efforts, sufferings, and questions to write the literature of a new stage in Syria.”

(cit. Abdo Wazen, The War Produced More than 50 Novels: Experience and Expression of Confl ict Creates Crossroads Moment in Syrian Literature, Al-Jadid).