Una riflessione su… Rabih Alameddine, La traduttrice, Ed. Bompiani, 2015 (tradotto dall’inglese da L. Vighi)

Solitamente diffido da romanzi con titoli simili. La straordinaria arte narrativa dell’autore e i giudizi positivi sparsi nella rete mi hanno, però, spinto a leggere questo libro nella traduzione italiana di Licia Vighi durante le calde ore delle sere siciliane di luglio. E ho fatto bene.

Al centro del romanzo, troviamo Aaliya, una donna che vuole raccontare la sua vita al lettore. Una settantaduenne speciale che va in giro con i capelli blu (non è una nerd, ha solo sbagliato tintura). La storia di Aaliya è la storia di una donna che non ha conosciuto l’amore né di sua madre né di suo marito ma che si è sempre riscattata leggendo. È la storia di una donna che da sola, dormendo accanto a un fucile, si è difesa dall’incubo della guerra che devastava la sua città, Beirut. La letteratura è la sua vita.

Molto tempo fa cedetti alla irrefrenabile passione per la parola scritta. La letteratura è la mia buca nella sabbia. Lì dentro gioco, costruisco i miei fortini e i miei castelli, mi diverto da matti. È il mondo al di fuori di quel box a crearmi qualche problema. Mi sono adattata umilmente, sia pure in modo non convenzionale, a questo mondo visibile per riuscire a ritirarmi senza troppo disturbo nel mio mondo interiore di libri. Trasformando questa metafora arenosa, se la letteratura è la mia buca nella sabbia, allora il mondo reale è la mia clessidra – una clessidra che fa scorrere un granello alla volta. La letteratura mi dà vita, e la vita mi uccide. Be’, la vita uccide tutti.” 

Se l’inglese e il francese rappresentano i limiti della mia lingua, i limiti del mio mondo, allora il mio mondo è ancora infinito.” 

Ex libraia, porta avanti un progetto nuovo ogni anno: aspetta il Capodanno per cimentarsi nella traduzione di un nuovo testo letterario occidentale, un libro che non conoscerà mai la pubblicazione ma che racchiude il senso dell’esistenza della protagonista.

“Fin dall’inizio ho capito che quello che faccio non è pubblicabile. Non c’è mai stato un mercato editoriale e dubito che mai ci sarà. La letteratura nel mondo arabo, in sé e per sé, non è richiesta. La letteratura tradotta? La traduzione di una traduzione? A che pro?”

Ma, allora, perché tradurre? Perché la protagonista di questo romanzo ha trascorso la maggior parte della sua vita eseguendo progetti di traduzione privi di alcuna finalità editoriale? È sempre Aaliya a rispondere a queste domande con una sincerità disarmante e disincantata della realtà:

A essere sinceri – e dovrei, non è vero? – traduco libri seguendo il mio metodo inventato perché così il tempo scorre più lentamente. E questo è il motivo principale, credo. (…) Ho fatto della traduzione la mia padrona. Ho fatto della traduzione la mia padrona e i miei giorni non sono stati più così pericolosamente terribili. I miei progetti mi distraggono. Lavoro e intanto i giorni passano.”

Credo che a volte, non sempre, quando traduco la mia testa sia come un lucernario. Senza alcuno sforzo da parte mia, la felicità mi pervade. Non accade spesso, ma quando sono in comunione con la traduzione, la mia padrona, riesco a essere felice. (…) la mia attività di traduttrice è un’opera di Wagner. La narrazione comincia, la tensione cresce, la musica va e viene, gli archi, i fiati, maggiore tensione, e d’un tratto un momento di piacere. (…) Mi siedo alla scrivania e all’improvviso non desidero che la mia vita sia affatto diversa. Sono dove devo essere. Il mio cuore si gonfia di gioia.”

Aaliya traduce opere in inglese e francese nella sua lingua madre, l’arabo.

 “Avevo quattordici anni quando cominciai la mia prima traduzione, venti noiose pagine di un manuale di scienze. Era l’anno in cui mi innamorai dell’arabo – non il dialetto orale, attenzione, ma la lingua tradizionale. L’ho studiato sin da piccina, così come l’inglese e il francese. Tuttavia, soltanto durante il corso di arabo ci veniva costantemente detto che non avremmo potuto padroneggiare la più difficile delle lingue, che per quanto l’avessimo studiata e per quanto ci fossimo esercitate, non avremmo potuto sperare di scrivere bene come Mutanabbi o, il cielo non voglia, il Corano stesso. (…) Nessuno di noi riesce a superare il fatto di essere una frana come arabo, il nostro peccato originale.”

La tecnica traduttiva, il metodo seguito in cinquant’anni di traduzioni è quello della traduzione da una lingua seconda, ovvero, dalla cosiddetta lingua ponte.

(…) ho inventato il mio particolare metodo personale: per ottenere la versione più accurata di un’opera, uso una traduzione francese e una inglese per crearne una araba. È il sistema funzionale e ben congegnato che mi permette di trarre piacere da quello che faccio so che questo allontana la mia traduzione di un altro passo dall’originale, come i romanzi inglesi di Kadare, ma è il mio metodo che continuo a usare. Sono le regole che ho scelto. Sono diventata schiava, benché volontariamente, di una disciplina, di uno specifico rituale. Sono il mio sistema, e il mio sistema è me. (…) Cartoni, cartoni, scatole e cartoni. I manoscritti tradotti hanno due libri, la versione francese e inglese, attaccati a un lato della scatola per l’identificazione. (…) Anni di libri, libri di anni. Una perdita di tempo, una perdita di vita.”

Un metodo, però, che rivela i suoi limiti e, in senso lato, la difficoltà del traduttore dinanzi a un’opera.

A volte, la traduzione originale riesce a rendere le sottigliezza della lingua dell’autore, la sua dizione, il suo ritmo e la sua rima. La mia versione è la traduzione di una traduzione. Tutto viene perduto doppiamente. La mia versione non conta nulla.”

In alcuni passaggi Aaliya si addentra in riflessioni teoriche di natura prettamente traduttiva. A tal proposito, trovo interessante anche il passaggio su Constance Garnett, pioniera della traduzione russa in lingua inglese, e su Marguerite Yourcernar a proposito della sua traduzione della lirica di Kavafis.

Ha fatto un torto a Kavafis, ma posso perdonarla. Le sue poesie diventarono qualcosa di diverso e di nuovo, simile a champagne. Le mie traduzioni non sono come lo champagne, e nemmeno come tè al latte. Sto pensando all’arak. Un attimo, però, Walter Benjamin ha qualcosa da dire a proposito. Nel ‘Compito del traduttore’ scrisse: nessuna traduzione sarebbe possibile se la traduzione mirasse, nella sua ultima essenza, alla somiglianza con l’originale. Poiché nella sua sopravvivenza – che non potrebbe chiamarsi così se non fosse mutamento e rinnovamento del vivente – l’originale si trasforma”.

Per chi non opera nel settore traduttivo, questo sentimentalismo espresso nei confronti della traduzione e, in genere, della letteratura potrebbe sembrare eccessivo. In realtà, un traduttore riesce a identificarsi nelle parole della protagonista del romanzo. Il nostro lavoro – solitario e autonomo – è la ricerca artigianale delle parole giuste, della scorrevolezza di una frase, della presunta somiglianza all’originale.

Accanto ad Aaliya, Beirut con la sua storia complessa e poco conosciuta, partecipa all’intreccio narrativo mai banale rilevando un volto drammatico eppure realistico. Un Pease dal ricco background storico-culturale dilaniato da vari conflitti interni ed esterni, un contesto spesso in rovina dalle cui macerie e drammi Aaaliya scappa trovando rifugio nel suo appartamento e in un mondo dominato dalle arti.

Detto ciò, trovo interessante notare i differenti temi trattati dall’opera che le case editrici – quella francese e quella italiana – hanno deciso di sottolineare sin dal titolo. Rabih Alameddine, scrittore arabo nato in Giordania da genitori libanesi, scrive in lingua inglese (si divide attualmente tra San Francisco e Beirut). Il titolo originale dell’opera è An unnecessary woman; l’“inutilità” di Aaaliya sta nella sua solitudine, nella sua non partecipazione attiva alla vita che si svolge attorno a lei, nel trovare completo rifugio nel mondo della letteratura, nel perseguire un progetto traduttivo fine a sé stesso. La traduzione letterale del titolo in italiano chiaramente non funziona. Così, nel nostro Paese si è deciso di far cadere l’accento su Aaliya come traduttrice. Diverso, invece, l’approccio dei francesi che hanno pubblicato la traduzione del romanzo col titolo Les vies de papier. Una scelta interessante che fa cadere l'accento sulla vita "altra" della protagonista immersa nella letteratura.

Il romanzo mi è piaciuto molto e lo consiglio vivamente a chi, come Aaliya, crede che la letteratura e, dunque, i libri non siano solo un passatempo ma il significato di un’esistenza.

 

P.S.: Il romanzo è pieno di citazioni di altri libri e scrittori. Qualcuno potrebbe non amare questo genere di rimandi… Io li ho trovati assai interessanti e perfettamente inseriti nella trama.